Libro – La Massoneria smascherata

copertina-libro-massoneria-smascherata-724x1024Fratelli nel Signore, ecco un altro mio libro confutatorio: si intitola ‘La massoneria smascherata: contro l’infiltrazione e l’influenza di questa diabolica istituzione nelle Chiese Evangeliche’. E’ un libro particolare, diverso per certi aspetti da tutti gli altri, e capirete il perchè leggendolo e studiandolo. La sua lettura e il suo studio vi richiederanno parecchio tempo e impegno, ma sappiate che questo è un libro molto importante che ognuno di voi deve leggere. Vi avverto da subito che questo è un libro che contiene informazioni e notizie che produrranno in voi sbigottimento, e tanta rabbia e tristezza. Ma nello stesso tempo sono sicuro che esso vi farà gioire ed esultare nel Signore e vi farà ringraziare Dio perchè smaschera una delle più potenti ed efficaci macchinazioni di Satana contro la Chiesa dell’Iddio vivente e vero, colonna e base della verità.
Un’ultima cosa: molti di voi leggendo questo libro scopriranno di essere stati MASSONIZZATI, in quanto la Chiesa o la Denominazione o l’Associazione di cui fanno parte è sotto l’influenza o il controllo della Massoneria. A costoro dico: Ravvedetevi e separatevi immediatamente da coloro che vi hanno MASSONIZZATI.
La grazia del nostro Signore Gesù Cristo sia con coloro che lo amano con purità incorrotta. Amen.
Giacinto Butindaro

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Tratto da : http://giacintobutindaro.org/2012/12/17/libro-la-massoneria-smascherata/

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Come Dio mi ha salvato e fatto uscire dalla Chiesa ‘Parola della Grazia’

Fratelli nel Signore, voglio raccontarvi come Dio mi ha prima salvato, e poi fatto uscire dalla Chiesa ‘Parola della Grazia’ di Palermo in quanto questa Chiesa ha rigettato una parte del consiglio di Dio.
Un giorno mi venne a trovare in officina dove io lavoro un vecchio amico, il quale di tanto in tanto mi parlava del SIGNORE, che mi invitò per l’ennesima volta a partecipare ad un culto presso la comunità Parola della Grazia di Palermo che lui stesso frequentava.
In quel periodo tutto cercavo tranne ciò che lui mi proponeva, cioè il Signore, e poi già l’idea di entrare a fare parte di una Chiesa evangelica mi dava molto fastidio anche perchè ero cattolico romano di nascita e frequentavo di tanto in tanto la chiesa cattolica.
In quel periodo ero molto preso dalle cose del mondo: mi piaceva vestirmi con abiti costosi, portavo orecchini, mi ero fatto diversi tatuaggi, ero molto preso da diversi tipi di gioco anche d’azzardo, fumavo sigarette e ogni tanto anche marijuana perché ero molto preso dal modo di pensare dei rasta.
Successivamente quello stesso amico mi venne a trovare nuovamente in officina, invitandomi un sabato del maggio 2011 ad un ‘concerto cristiano’ che si svolgeva nel locale di culto della Chiesa Cristiana ‘La Parola della Grazia’.
Quella sera mi sentii confuso, anche perché vidi un modo di parlare delle cose del SIGNORE che era diverso da quello a cui ero abituato da cattolico.
La domenica successiva partecipai al mio primo culto e lì vidi per la prima volta il pastore Lirio Porrello. Dopo la parola da lui ministrata mi invitarono a fare una preghiera che loro chiamano ‘la preghiera di salvezza’. E poi mi aggregarono ad un gruppo di preghiera che loro chiamano cellula.
Dopo queste cose ancora non realizzavo niente, anche perchè continuavo a fare tutte le cose che facevo prima.
Ma piano piano iniziai a leggere la Bibbia, cosa che io non facevo mai da cattolico, e più la leggevo e più la volevo leggere, e così iniziai a togliere le cosiddette ‘immagini sacre’ dai muri e a sostituirle con dei versetti della Bibbia, ma io in effetti in quella maniera mi sentivo solo di fare una religione.
Ma un bel giorno mentre stavo appendendo un versetto meditai la frase “senza la santificazione nessuno vedrà il SIGNORE” (Ebrei 12:14), e per tutto quel giorno quella parola ‘santificazione’ mi risuonò nell’orecchio, ma credetemi non sapevo neanche il suo significato.
L’amore verso il SIGNORE cresceva giorno dopo giorno e lì ho capito che lui stava per iniziare la sua opera, sentii come un’abbraccio caloroso ineffabile, mi sentivo felice, avevo le lacrime agli occhi e il petto soffocante. Ho capito subito che il SIGNORE mi aveva salvato dai miei peccati e mi sentii rinato. Tutto questo poi mi fu confermato dalla Bibbia quando ho letto cosa diceva sulla nuova nascita: e così mi resi conto di essere nato di nuovo per la grazia di Dio.
Ho sentito quindi subito il desiderio di farmi battezzare, ma un pò per un verso un pò per un altro non veniva mai il momento, ma a DIO è piaciuto che il 1/7/2012 fossi battezzato in acqua.
E mi venne di nuovo in mente quel versetto che ‘senza la santificazione nessuno vedrà il SIGNORE’. Ma che cosa era la santificazione? Astenersi dal male. Smisi quindi di fumare. E tutti mi chiedevano: ‘Ma come hai fatto?’ Non ho giocato più, ho tolto gli orecchini, gli anelli, tutti i vizi, e rinunciando alle concupiscenze del mondo mi sentivo di piacere a DIO. Ho fatto pace con tutti quelli con cui avevo litigato; e smisi di prendere gli antidepressivi, che prendevo da cinque anni.
Iniziai ad approfondire le SACRE SCRITTURE, continuando a frequentare la Chiesa della Parola della grazia di Palermo. Facevo tutte le cose che insegnava il pastore di quella chiesa, cioè Lirio Porrello, quando un bel giorno DIO ha guidato la mia mano affinchè su Internet giungessi al sito LA NUOVA VIA, dove notai che un certo Giacinto Butindaro aveva delle predicazioni audio. E così ne ascoltai una: quella che tratta la predestinazione. Ascoltandola, ho detto a me stesso: ‘E pensare che mi avevano fatto credere che avevo fatto tutto io!’ Quando parlai poi della predestinazione con il mio ‘leader’ citandogli alcuni versetti, mi disse subito: ‘A chi frequenti?’ Io gli risposi: ‘Era solo una domanda!’
Poi quando ho ascoltato la predicazione di Giacinto sulle lingue e l’interpretazione (e in seguito come mio solito ne ho parlato al mio leader), allora lì ho capito subito senza pensarci nemmeno una seconda volta che in quella comunità c’era qualcosa che non andava, ed oltre a ciò la Chiesa andava di male in peggio. E poi quando parlavo loro di determinate cose che andavo via via imparando mi davano sempre le stesse risposte che non mi soddisfacevano e neppure convincevano.
Sentendo predicare tutto il consiglio di Dio dal fratello Giacinto, compresi che in quella comunità le seguenti cose sono sbagliate alla luce della Bibbia.

 

Insegnano il cosiddetto libero arbitrio, e quindi non credono alla predestinazione;
predicano la prosperità;
ordinano di dare la decima, e poi stanno continuamente a chiedere soldi, soldi, e ancora soldi (mi hanno persino domandato 5 euro nel giorno del mio battesimo con il pretesto che servivano per lavare il camice bianco!);
fanno politica;
praticano la ‘caduta a terra’ e difatti stimano e appoggiano Benny Hinn;
pregano allo SPIRITO SANTO;
permettono alla donna di insegnare;
le donne quando pregano non si coprono il capo (a proposito quando una volta ho fatto notare questo mi è stato risposto: ‘Tu vivi troppo nella carnalità’);
le donne si vestono in maniera invereconda, e si truccano;
permettono all’uomo di portare i capelli lunghi (ho visto il figlio del pastore Lirio con i capelli lunghi);
permettono ai credenti di andare al mare;
fanno commercio con le cose relative al regno di Dio;
insegnano il rapimento segreto;
parlano in lingue a comando;
insegnano che Dio non manda malattie in alcun caso;
fanno teatro;
organizzano concerti.

Una sera invitai a casa mia il mio ‘leader’ e il capocellula, e gli feci ascoltare il pastore Lirio Porrello, pastore della Chiesa ‘Parola della grazia’ di Palermo, il quale nel corso di una sua predicazione che verteva sul dono di interpretazione delle lingue, ad un certo punto disse: ‘Ora, questa mattina, noi praticheremo quello che è scritto qui, e vi insegno come fare. Allora ‘chi parla in altre lingue, preghi di potere interpretare’. Lo vogliamo praticare? Ma cosa dobbiamo fare? Parliamo tre quarti d’ora in lingue, e aspettiamo l’interpretazione? Assolutamente no. Dobbiamo fare delle brevi frasi, e ci fermiamo, aspettando l’interpretazione. E lo faremo due, tre, quattro volte, come lo Spirito Santo ci guida. Così alza le tue mani, e in questo momento ci vogliamo rivolgere al Signore, vogliamo pregare, e come ci ha insegnato la Scrittura, lo facciamo. ‘Signore, noi ti chiediamo che tu ci fai interpretare le preghiere, i canti, i ringraziamenti, tutto ciò che noi diciamo nello Spirito, parlando in altre lingue, noi ti chiediamo che nella tua grazia tu ci concedi di poter intendere e interpretare quello che noi diciamo. Ora faremo così, lo pratichiamo. Voi parlate in lingue lo stesso tempo che parlo io, dopodiché ci fermiamo tutti quanti insieme e aspettiamo che arriva l’interpretazione’.
Essi mi risposero: ‘E che cosa ha detto di male?’ e poi si misero a calunniare il fratello Giacinto.
Ma io dentro il mio cuore sentivo diversamente da loro, perchè sentivo la verità che veniva dalla parola di DIO.
Io non facevo altro quando mi era possibile di ascoltare le predicazioni di Giacinto con la Bibbia nelle mani investigando le Scritture, e costatavo la crescita e la sapienza. Nel frattempo intanto conobbi dei fratelli che mi sostenevano nella verità.
Ho quindi organizzato delle riunioni di preghiera a casa mia con alcuni fratelli della Chiesa ‘La Parola della grazia’ ed altri fratelli che non facevano parte di quella Chiesa ma i quali a differenza dei primi si attenevano solo alla Parola, ma ogni volta vedevo che più che pregare si facevano contese, perchè quelli della Parola della Grazia contrastavano la verità, e così un bel giorno decisi che non avrei più invitato a queste riunioni coloro che non sostengono la verità.
Il 19 agosto 2012 poi ho telefonato al mio leader dicendogli francamente che molte cose che si insegnano in quella comunità non sono attestate dalla Parola di DIO, e che avevo deciso di uscire e separarmi da quella Chiesa proprio per questa ragione.
Fratelli della Chiesa La Parola della grazia, che il SIGNORE che è benedetto in eterno vi possa illuminare affinchè vi mettiate ad ascoltare e mettere in pratica tutto ciò che la Parola di DIO ci insegna.

La grazia del Signore Gesù sia con voi.

Salvatore Lopes

Se vuoi contattarmi scrivimi a: salvo0767@libero.it

Tratto da : http://giacintobutindaro.org/2012/08/27/come-dio-mi-ha-salvato-e-fatto-uscire-dalla-chiesa-parola-della-grazia/

Ecco l’uomo che la Chiesa ‘La Parola della Grazia’ acclama come ‘un ministro infuocato e pienamente consacrato a Dio’

 

Sul sito della Chiesa ‘La parola della grazia’ di Palermo, di cui è pastore Lirio Porrello, leggo quanto seguo: ‘Il rhema ricevuto all’inizio dell’anno: “Insegnare a ciascuno come aspettare il Signore e come ministrare al Signore” si realizza in questi giorni in Lakeland, Florida, dove Dio si sta servendo di un giovane pastore, Todd Bentley, dal passato alquanto travagliato e umanamente discutibile, ma che il Suo tocco ha trasformato in un ministro infuocato e pienamente consacrato a Lui. Dal 2 aprile ad oggi un enorme flusso di persone provenienti da tutto il mondo accorre ad ascoltare le sue predicazioni, che sono regolarmente accompagnate da grandi miracoli. Dopo un lungo tempo di attesa della presenza di Dio, ogni giorno il soprannaturale si manifesta con la nuvola della Sua gloria e con guarigioni miracolose. In quel luogo si verifica un contagioso bisogno di Dio, tutti cercano il Signore e vogliono stare alla Sua presenza’.

Tratto da: http://www.paroladellagrazia.it/main/culti/2008/15062008.htm

Ora, affinché vi possiate rendere conto personalmente di come questo individuo di nome Todd Bentley non sia affatto un uomo usato da Dio ma semplicemente uno dei tanti impostori e malvagi che in mezzo alle chiese seducono e vengono sedotti dal diavolo, vi propongo questo video, dove si vede lui ministrare sotto ‘l’unzione’ come la chiamano loro.

Tenete presente che questo uomo sin dall’inizio del risveglio ha avuto degli orecchini all’orecchio, e poi un piercing sul suo mento, e che si faceva tatuaggi addosso, perché secondo lui sono cose lecite. Inoltre, durante il suo cosiddetto risveglio, si è messo con un’altra donna, ed ha poi lasciato la propria moglie per sposarsi con questa altra donna agli inizi del 2009, quindi è un adultero. Senza poi parlare delle tante eresie da lui insegnate durante quel periodo.

Alla luce di tutto ciò, che sono fatti incontrovertibili, si rimane veramente sconcertati e preoccupati nel sapere che  questa Chiesa Pentecostale abbia  definito Todd Bentley ‘un ministro infuocato e pienamente consacrato a Lui’ (e badate bene che non bisognava aspettare che si scoprisse che questo uomo tradiva la moglie per capire chi era veramente Bentley perchè sin dall’inizio era evidente che era un impostore), ed ha approvato quel cosiddetto risveglio di Lakeland dicendo: ‘Dopo un lungo tempo di attesa della presenza di Dio, ogni giorno il soprannaturale si manifesta con la nuvola della Sua gloria e con guarigioni miracolose’.

Questo significa essere privi di discernimento, e quindi non essere in grado di distinguere il bene dal male, il vero dal falso, un vero servo di Dio da uno falso.

Attenzione fratelli, questo tipo di risveglio non è da Dio, e quindi va tenuto lontano dall’assemblea dei santi, essendo un qualcosa prodotto da spiriti seduttori.

Chi promuove queste cose, le approva, e le desidera non conosce le Scritture e neppure le vie di Dio.

Uscite e separatevi da quelle Chiese che chiamano uomini di Dio gli impostori come questo Todd Bentley.

Giacinto Butindaro

Tratto da : http://giacintobutindaro.org/2011/12/07/ecco-luomo-che-la-chiesa-la-parola-della-grazia-acclama-come-un-ministro-infuocato-e-pienamente-consacrato-a-dio/

Marco Raimondi: i morti ci ascoltano e sanno quello che avviene sulla terra

Marco Raimondi, pastore della Chiesa ‘Parola della Grazia’ di Genova durante la predicazione ‘Il cielo’ del 4/4/2010, ha affermato che i morti ci ascoltano e sanno quello che sta accadendo sulla terra. Le sue parole sono queste: ‘Quanti di voi avete perso un caro nel Signore? Loro stanno avendo un tempo glorioso, ve lo posso dire. Stanno ascoltando quello che vi sto dicendo, perchè credo che loro sanno quello che sta accadendo sulla terra’.
Questo è falso perchè la Scrittura insegna che coloro che sono morti e sono andati ad abitare in cielo con il Signore non sanno nulla di ciò che accade sulla terra e quindi non ci ascoltano secondo che è scritto: “I morti non sanno nulla” (Eccl. 9:5), ed anche: “Abrahamo non sa chi siamo, e Israele non ci riconosce” (Is. 63:16).

Giacinto Butindaro

Tratto da : http://lanuovavia.org/giacintobutindaro/2011/01/26/marco-raimondi-i-morti-ci-ascoltano-e-sanno-quello-che-avviene-sulla-terra/

Non è giusto, sotto la grazia, ordinare o insegnare ai santi il pagamento della decima

Fratelli nel Signore, sapendo che molte Chiese Pentecostali insegnano la decima (tra le quali per esempio, le Chiese ADI, le Chiese Elim, le Chiese
‘la Parola della Grazia’, la Chiesa Apostolica in Italia), e che praticamente dicono che chi non dà la decima deruba Dio, vi propongo questo mio trattato confutatorio di questo falso insegnamento, che risale agli anni ’90. (Giacinto Butindaro)

Perchè Dio comandò agli Israeliti di dare la decima ai Leviti

Nella legge di Mosè è scritto: “Ogni decima della terra, sia delle raccolte del suolo sia dei frutti degli alberi, appartiene all’Eterno; è cosa consacrata all’Eterno…E ogni decima dell’armento o del gregge, il decimo capo di tutto ciò che passa sotto la verga del pastore, sarà consacrata all’Eterno” (Lev. 27:30,32); questo è il comandamento relativo alla decima che l’Eterno diede a Mosè per i figliuoli d’Israele sul Monte Sinai.

Vediamo ora la ragione per cui Dio ordinò agli Israeliti di dare le decime delle loro entrate ai Leviti, in altre parole vediamo a che cosa le decime dovevano servire sotto la legge.

Dio, dopo avere tratto dall’Egitto il popolo d’Israele comandò agli Israeliti di costruirgli un santuario. Questo santuario terreno fu costruito come Dio aveva ordinato, e furono costruiti anche gli arredi del culto che furono poi disposti per ordine dentro il santuario, e cioè il candeliere, la tavola della presentazione dei pani e l’altare dei profumi che furono collocati nel Luogo santo, e l’arca del patto con il suo propiziatorio che fu posta nel Luogo santissimo. Il Luogo santo era separato dal Luogo santissimo da un velo. Fuori, all’ingresso del tabernacolo, fu posto l’altare degli olocausti, e fra la tenda e questo altare fu posta la conca di rame con dell’acqua dentro che serviva ad Aaronne e ai suoi figliuoli a lavarsi le mani e i piedi quando entravano nella tenda o quando si accostavano all’altare.

Dio, scelse Aaronne e i suoi figliuoli per esercitare il sacerdozio nel suo cospetto infatti disse a Mosè: “E tu fà accostare a te, di tra i figliuoli d’Israele, Aaronne tuo fratello e i suoi figliuoli con lui perchè mi esercitino l’ufficio di sacerdoti” (Es. 28:1); Aaronne e i suoi figliuoli erano della tribù di Levi, e precisamente della famiglia patriarcale dei Kehathiti. Da Levi erano discesi Gherson, Kehath e Merari, e da questi erano discesi tutti i Leviti, ma mentre Aaronne e i suoi figli furono appartati per esercitare il sacerdozio, il resto dei Leviti furono appartati e dati ad Aaronne e ai suoi figliuoli affinchè si prendessero cura di tutti gli arredi del culto e di tutto ciò che concerneva il tabernacolo. Ciascuna famiglia dei Leviti aveva il suo specifico servizio da compiere secondo che è scritto: “E l’Eterno parlò a Mosè, dicendo: Fa avvicinare la tribù dei Leviti e ponila davanti al sacerdote Aaronne, affinchè sia al suo servizio. Essi avranno la cura di tutto ciò che è affidato a lui e a tutta la raunanza davanti alla tenda di convegno e faranno così il servizio del tabernacolo. Avranno cura di tutti gli utensili della tenda di convegno e di quanto è affidato ai figliuoli d’Israele e faranno così il servizio del tabernacolo” (Num. 3:5-7). Ora, siccome che Aaronne e i suoi figli come anche i Leviti dovevano del continuo esercitare l’ufficio datogli da Dio e non svolgevano un’attività lavorativa per il loro sostentamento, Dio provvide al loro sostentamento e a quello delle loro famiglie in questa maniera; ad Aaronne ed ai suoi figli diede una parte delle cose consacrate dai figliuoli d’Israele, ed ai Leviti il possesso delle decime che dava il popolo d’Israele. Vediamo da vicino questo diritto che avevano Aaronne e i suoi figli, e il resto dei Leviti.

L’Eterno disse ad Aaronne: “Ecco, di tutte le cose consacrate dai figliuoli d’Israele io ti do quelle che mi sono offerte per elevazione: io te le do, a te e ai tuoi figliuoli, come diritto d’unzione, per legge perpetua. Questo ti apparterrà fra le cose santissime non consumate dal fuoco: tutte le loro offerte, vale a dire ogni oblazione, ogni sacrificio per il peccato e ogni sacrificio di riparazione che mi presenteranno; sono tutte cose santissime che apparterranno a te ed ai tuoi figliuoli. Le mangerai in luogo santissimo; ne mangerà ogni maschio; ti saranno cose sante. Questo ancora ti apparterrà: i doni che i figliuoli d’Israele presenteranno per elevazione, e tutte le loro offerte agitate; io le do a te, ai tuoi figliuoli e alle tue figliuole con te, per legge perpetua. Chiunque sarà puro in casa tua ne potrà mangiare. Ti do pure tutte le primizie ch’essi offriranno all’Eterno: il meglio dell’olio e il meglio del mosto e del grano. Le primizie di tutto ciò che produrrà la loro terra e ch’essi presenteranno all’Eterno saranno tue. Chiunque sarà puro in casa tua ne potrà mangiare. Tutto ciò che sarà consacrato per voto d’interdetto in Israele sarà tuo. Ogni primogenito d’ogni carne ch’essi offriranno all’Eterno, così degli uomini come degli animali, sarà tuo; però, farai riscattare il primogenito dell’uomo, e farai parimente riscattare il primogenito d’un animale impuro. E quanto al riscatto, li farai riscattare dall’età di un mese, secondo la tua stima, per cinque sicli d’argento, a siclo di santuario, che è di venti ghere. Ma non farai riscattare il primogenito della vacca nè il primogenito della pecora nè il primogenito della capra; sono cosa sacra; spanderai il loro sangue sull’altare, e farai fumare il loro grasso come sacrificio fatto mediante il fuoco, di soave odore all’Eterno. La loro carne sarà tua; sarà tua come il petto dell’offerta agitata e come la coscia destra. Io ti do, a te, ai tuoi figliuoli e alle tue figliuole con te, per legge perpetua, tutte le offerte di cose sante che i figliuoli d’Israele presenteranno all’Eterno per elevazione. È un patto inalterabile, perpetuo, dinnanzi all’Eterno, per te e per la tua progenie con te” (Num. 18:8-19).

Aaronne e i suoi figli erano stati unti per esercitare il sacerdozio e avevano il diritto di mangiare ciò che veniva offerto sull’altare e le primizie che gli Israeliti offrivano all’Eterno; tenete presente che questo diritto era chiamato diritto d’unzione e che esso era stato dato loro da Dio.

Per ciò che concerne invece i Leviti, che erano preposti al servizio della tenda di convegno, Dio disse: “E ai figliuoli di Levi io do come possesso tutte le decime in Israele in contraccambio del servizio che fanno, il servizio della tenda di convegno” (Num. 18:21); e inoltre comandò questo ai Leviti: “Quando riceverete dai figliuoli d’Israele le decime che io vi do per conto loro come vostro possesso, ne metterete da parte un’offerta da fare all’Eterno; una decima della decima; e l’offerta che avrete prelevata vi sarà contata come il grano che viene dall’aia e come il mosto che esce dallo strettoio. Così anche voi metterete da parte un’offerta per l’Eterno da tutte le decime che riceverete dai figliuoli d’Israele, e darete al sacerdote Aaronne l’offerta che avrete messa da parte per l’Eterno…Quando ne avrete messo da parte il meglio, quel che rimane sarà contato ai Leviti come il provento dell’aia e come il provento dello strettoio. E lo potrete mangiare in qualunque luogo, voi e le vostre famiglie, perchè è la vostra mercede, in contraccambio del vostro servizio nella tenda di convegno” (Num. 18:26-28,30,31). Come potete vedere gli Israeliti dovevano, per ordine di Dio, dare la decima delle loro entrate ai Leviti, i quali avevano a loro volta l’ordine, secondo la legge, di prendere le decime dal popolo ed anche quello di mettere da parte la decima delle decime ricevute e di darla ad Aaronne.

Riassumendo: Dio assegnò una mercede sia ad Aaronne ed ai suoi figliuoli e sia ai Leviti che esercitavano un’ufficio differente dal loro, ed essa era costituita; dalle cose santissime non consumate dal fuoco che gli Israeliti offrivano a Dio, dalle primizie di ciò che produceva la loro terra, e dai primi parti delle loro vacche, delle loro pecore e delle loro capre per quel che concerneva la mercede di Aaronne e i suoi figli; dai nove decimi di tutte le decime dei figliuoli d’Israele, per quel che concerneva la mercede dei Leviti. Ecco a che cosa servivano le decime sotto la legge; servivano a pagare i Leviti e la famiglia del sommo sacerdote.

Bisogna dire anche che le decime prelevate dagli Israeliti da tutte le loro entrate non servivano solamente a sostenere il diritto dei sacerdoti e dei Leviti, ma anche quello che avevano lo straniero e l’orfano e la vedova, secondo che è scritto nella legge: “Alla fine d’ogni triennio, metterai da parte tutte le decime delle tue entrate del terzo anno, e le riporrai entro le tue porte; e il Levita, che non ha parte nè eredità con te, e lo straniero e l’orfano e la vedova che saranno entro le tue porte verranno, mangeranno e si sazieranno, affinchè l’Eterno, il tuo Dio ti benedica in ogni opera a cui porrai mano” (Deut. 14:28,29).

Secondo quello che insegna la Scrittura, quando gli Israeliti cessarono di dare le decime delle loro entrate, Dio smise di benedirli e li colpì di maledizione, mandando insetti divoratori a distruggere i frutti del loro suolo, e questo perchè siccome Dio aveva detto: “Ogni decima della terra, sia delle raccolte del suolo sia dei frutti degli alberi, appartiene all’Eterno; è cosa consacrata all’Eterno” (Lev. 27:30), non dargli la decima equivalse a derubarlo di ciò che gli apparteneva, appunto delle decime. Questa è la ragione per cui Dio, tramite Malachia, disse agli Israeliti ribelli: “L’uomo deve egli derubare Iddio? Eppure voi mi derubate. Ma voi dite: ‘In che t’abbiamo noi derubato?’ Nelle decime e nelle offerte. Voi siete colpiti di maledizione, perchè mi derubate, voi, tutta quanta la nazione!” (Mal. 3:8,9).

Noi non siamo sotto la legge di Mosè, ma sotto la legge di Cristo

Ora, qualcuno domanderà: ‘Ma ora, sotto la grazia, cioè sotto il nuovo patto, noi Gentili di nascita che abbiamo creduto siamo obbligati a pagare la decima di tutte le nostre entrate come lo erano gli Israeliti sotto la legge? La risposta è no. Qualcuno dirà: Ma perchè? Rivolgiamoci alla Scrittura per intendere perchè noi non siamo obbligati a farlo sotto la grazia. È scritto: “Su quello (sul sacerdozio Levitico) è basata la legge data al popolo” (Ebr. 7:11); la legge che Dio diede ad Israele era basata sul sacerdozio levitico (ricordatevi che erano proprio i Leviti che dovevano riscuotere le decime dal popolo), ma siccome la perfezione non fu resa possibile per mezzo di quel sacerdozio, Dio ha fatto sorgere un altro Sacerdote secondo un altro ordine, cioè non secondo l’ordine di Aaronne, ma secondo l’ordine di Melchisedec. Oltre a ciò, voi sapete che questo altro Sacerdote, cioè Gesù, non è disceso dalla tribù di Levi, alla quale apparteneva il sacerdozio, ma da quella di Giuda, “circa la quale Mosè non disse nulla che concernesse il sacerdozio” (Ebr. 7:14). Il punto sul quale voglio che concentriate la vostra attenzione è questo, e cioè che siccome è mutato il sacerdozio (e sul sacerdozio levitico era basata la legge) è avvenuto, per forza di cose, un mutamento pure della legge, secondo che è scritto: “Mutato il sacerdozio, avviene per necessità anche un mutamento di legge” (Ebr. 7:12); di conseguenza, noi non siamo più sotto la legge di Mosè (basata sul sacerdozio levitico), ma sotto la legge di Cristo (basata sul sacerdozio di Cristo) la quale non comanda di dare la decima come invece fa quella di Mosè.

Noi, ora, dobbiamo attenerci alla legge di Cristo, e quindi dobbiamo conoscere i comandamenti di questa legge che concernono il dare, sì perchè anche la legge di Cristo comanda di dare. Gesù Cristo conosceva bene il comandamento della legge sulla decima, ma in tutti i suoi insegnamenti non vi è l’ordine di darla. Qualcuno dirà: ‘Lo ha comandato dopo essere stato assunto in cielo per mezzo dei suoi apostoli? No, neppure dopo essere andato in cielo.

Vediamo allora quanto il Sommo Sacerdote della nostra professione di fede ci ha ordinato di dare, tenendo presente questo, e cioè, innanzi tutto che “la legge non ha condotto nulla a compimento” (Ebr. 7:19) e che Cristo è venuto per completarla appunto perchè era incompleta; e poi che la legge di Cristo è chiamata “la legge della libertà” (Giac. 1:25) perchè noi sotto la sua legge siamo liberi di dare quanto vogliamo e possiamo. Fratelli, per comprendere perchè la legge di Cristo è superiore a quella di Mosè bisogna sempre ricordarsi che la legge di Mosè era incompleta mentre quella di Cristo è completa.

Gesù ha detto: “Date, e vi sarà dato: vi sarà versata in seno buona misura, pigiata, scossa, traboccante; perchè con la misura onde misurate, sarà rimisurato a voi” (Luca 6:38).

Fratelli, noi tutti discepoli di Cristo dobbiamo dare; ora, Gesù ha detto che con la misura con la quale noi misuriamo sarà rimisurato a noi, il che significa che ci sarà dato in base alla misura che noi usiamo nel dare al Signore. Sotto la legge di Mosè chi non dava la decima parte di tutte le sue entrate ai Leviti (anche se dava poco meno della decima di esse), veniva colpito dalla maledizione di Dio perchè derubava Dio (e Dio aveva detto: “Non rubare” [Es. 20:15]) e non dava nella misura prescrittagli e impostagli dalla legge; ora, sotto la legge di Cristo, Dio non ha promesso di maledire chi gli dà meno della decima delle sue entrate. Come potrebbe Dio colpire di maledizione quelli che infrangono questo ordine della legge di Mosè, quando è scritto che “Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, essendo divenuto maledizione per noi” (Gal. 3:13)? Certo, Gesù non ha detto affatto che chi non dà la decima verrà da lui maledetto, ma sia ben chiaro che non dare al Signore neppure la decima parte delle nostre entrate significa essere remunerati dal Signore con la stessa misura che noi usiamo nel dare a lui; di Dio non ci si può fare beffe, perché Egli è giusto e non commette ingiustizie neppure quando deve remunerare quelli che gli fanno delle offerte. Che ognuno di noi mieterà nella misura che semina lo ha confermato pure Paolo ai Corinzi, quando disse loro: “Or questo io dico; chi semina scarsamente mieterà altresì scarsamente; e chi semina liberalmente mieterà altresì liberalmente” (2 Cor. 9:6). Chi è avveduto, sa che per raccogliere molto deve dare tanto e non poco, e perciò si guarda da ogni avarizia e semina liberalmente perché conosce la Scrittura che dice che “c’è chi spande liberalmente e diventa più ricco, e c’è chi risparmia più del dovere e non fa che impoverire” (Prov. 11:24). Anche l’apostolo Paolo ordinò ai santi di dare, quando si trattò di raccogliere una sovvenzione per i poveri fra i santi, e lo fece in questa maniera: “Ogni primo giorno della settimana ciascun di voi metta da parte a casa quel che potrà secondo la prosperità concessagli…” (1 Cor. 16:2) e: “Dia ciascuno secondo che ha deliberato in cuore suo; non di mala voglia, nè per forza perchè Iddio ama un donatore allegro” (2 Cor. 9:7). Come potete vedere Paolo esortò i santi di Corinto a dare quello che potevano secondo la prosperità che Dio aveva concesso loro, e come avevano deliberato in cuore loro; ma li esortò pure a non dare di mala voglia e nè per forza perchè Dio non prende piacere nè in un donatore che dà per far vedere che dà e nè in un donatore che dà mormorando perchè non è contento di dare. Dio ama un donatore allegro, quindi bisogna dare allegramente per piacere a Dio, e con ciò si accordano le parole dello stesso apostolo Paolo ai santi di Roma: “Chi fa opere pietose, le faccia con allegrezza” (Rom. 12:8). Notate che Paolo non ha detto che chi semina scarsamente sarà colpito dalla maledizione di Dio, ma solo che egli mieterà scarsamente, il che è differente.

Quando si parla dell’apostolo Paolo, fratelli, non bisogna mai dimenticare che egli, quanto alla carne, era stato un Fariseo, infatti egli era stato un membro della setta dei Farisei che era la più rigida setta della religione giudaica, la quale non tollerava il non pagare la decima. Ricordatevi che Paolo conosceva bene il comandamento della decima, perchè si era attenuto scrupolosamente ad esso quando era un Fariseo, tanto che poteva dire ai Filippesi che lui, quanto alla giustizia che è nella legge, era irreprensibile; eppure in tutte le sue epistole ai Gentili non ha mai comandato loro di pagarla. Paolo nelle sue epistole ha dato tanti e tanti comandamenti, ma tra di essi non c’è quello della decima. Se lo dimenticò forse di scriverlo? Affatto. Sapete perché non impose questo precetto della legge? Perchè lui usava la legge in modo legittimo e non illegittimo.

Gesù Cristo diede pure questo comandamento ai suoi discepoli: “Vendete i vostri beni, e fatene elemosine; fatevi delle borse che non invecchiano, un tesoro che non venga meno nei cieli, ove ladro non s’accosta e tignola non guasta. Perchè dov’è il vostro tesoro, quivi sarà anche il vostro cuore” (Luca 12:33,34); ed essi, dopo che lo Spirito Santo fu sparso su loro, lo misero in pratica infatti è scritto che “vendevano le possessioni ed i beni, e li distribuivano a tutti secondo il bisogno di ciascuno” (Atti 2:45), e che “non v’era alcun bisognoso fra loro; perchè tutti coloro che possedevano poderi o case li vendevano, portavano il prezzo delle cose vendute, e lo mettevano ai piedi degli apostoli; poi, era distribuito a ciascuno, secondo il bisogno” (Atti 4:34,35). Tra coloro che misero in pratica questo ordine di Cristo vi fu pure Barnaba, che era un uomo dabbene, pieno di Spirito Santo e di fede, infatti è scritto: “Or Giuseppe, soprannominato dagli apostoli Barnaba (il che, interpretato, vuol dire; Figliuol di consolazione), levita, cipriota di nascita, avendo un campo, lo vendè, e portò i denari e li mise ai piedi degli apostoli” (Atti 4:36). Voglio farvi notare che Barnaba era un Levita, cioè un discendente di Levi. Ora, ogni Levita sapeva bene che, secondo la legge di Mosè, i Leviti avevano l’ordine di prendere le decime dal popolo, e di dare a Dio la decima delle decime riscosse dal popolo, e perciò anche Barnaba conosceva bene il comandamento attorno alla decima. Ma egli, quando vendette il campo che era di sua proprietà, non portò solo la decima del danaro ricavato dalla vendita del suo podere, ma tutto il prezzo del campo.

Noi sappiamo che ci dobbiamo fare dei tesori nel cielo e non sulla terra perchè ce lo ha comandato il Signore, e sappiamo pure che questi tesori ce li si fa nel cielo facendo elemosine.

Un giorno, un giovane ricco si accostò a Gesù e gli disse: “Maestro, che farò io di buono per avere la vita eterna? E Gesù gli rispose: Perchè m’interroghi tu intorno a ciò ch’è buono? Uno solo è il buono. Ma se vuoi entrare nella vita osserva i comandamenti. Quali? Gli chiese colui. E Gesù rispose: Questi: Non uccidere; non commettere adulterio; non rubare; non dir falsa testimonianza; onora tuo padre e tua madre, e ama il tuo prossimo come te stesso. E il giovane a lui: Tutte queste cose le ho osservate; che mi manca ancora? Gesù gli disse: Se vuoi essere perfetto, và, vendi ciò che hai e dallo ai poveri, ed avrai un tesoro nei cieli; poi, vieni e seguitami. Ma il giovane, udita questa parola, se ne andò contristato, perchè aveva di gran beni” (Matt. 19:16-22). Come potete vedere inizialmente Gesù disse al giovane ricco che se voleva entrare nella vita doveva osservare determinati comandamenti scritti nella legge, e il giovane replicò al Signore che egli, questi comandamenti, li aveva osservati sin dalla sua giovinezza, e che voleva sapere che cosa gli mancava ancora, infatti gli domandò: “Che mi manca ancora?” (Matt. 19:20) Gesù sapeva che cosa mancava a quel giovane per diventare un discepolo perfetto e glielo disse: “Una cosa ti manca; và vendi tutto ciò che hai e dallo ai poveri, e tu avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi” (Mar. 10:21). Queste parole di Gesù a questo giovane ricco confermano che egli è venuto, non per abolire la legge, ma per completarla.

Notate che Gesù disse al ricco cosa egli doveva fare se voleva essere perfetto, ma anche che il giovane, quando sentì dire a Gesù che questa era la cosa che gli mancava, se ne andò rattristato perchè era molto ricco. Questo giovane avrebbe potuto diventare perfetto e farsi un tesoro nel cielo a questa condizione, ma rifiutò di osservare quest’ordine del Maestro perchè egli aveva posto il suo cuore nelle ricchezze che possedeva e non aveva nessuna intenzione di rinunciare ai suoi molti beni. Forse sarebbe stato disposto ad osservare qualche altro comandamento della legge che non implicava la vendita di tutti i suoi beni, ma non quello che gli diede Gesù. Certamente, se per essere perfetto, egli avrebbe dovuto pagare la decima su tutte le sue entrate mensili e fare delle offerte, il Signore glielo avrebbe confermato e lui non avrebbe reagito in quella maniera, ma il Signore non gli disse di rinunziare solo ad una parte dei suoi beni terreni ma a tutti.

Anche per quel che concerne il dare tutto e farsi povero per amore degli altri il Maestro ha dato l’esempio; e chi può dire che Gesù in qualche cosa non ci ha lasciato l’esempio? Lui ha detto: “Imparate da me” (Matt. 11:29), e che “un discepolo non è da più del maestro; ma ogni discepolo perfetto sarà come il suo maestro” (Luca 6:40). Vediamo quindi cosa ha fatto Gesù per diventare un esempio da imitare pure in questo: Paolo dice ai Corinzi: “Voi conoscete la carità del Signor nostro Gesù Cristo il quale, essendo ricco, s’è fatto povero per amore vostro, onde, mediante la sua povertà, voi poteste diventare ricchi” (2 Cor. 8:9). Noi sappiamo che Gesù nel cielo era ricco ma venendo in questo mondo s’è fatto povero per amore nostro; e se noi oggi siamo ricchi (perchè siamo eredi del Regno di Dio) lo dobbiamo alla povertà di Cristo. Sì, Gesù, il Figlio di Dio, visse povero su questa terra per amore nostro; nessuno può dire che egli era ricco materialmente e neppure che pur essendo povero cercò di arricchirsi e si arricchì con il suo ministerio.

Ma allora perchè questo ordine del Signore non viene insegnato, mentre quello della decima sì? Perchè ciò che dovrebbe essere insegnato sotto la grazia non viene insegnato, mentre quello che non dovrebbe essere più insegnato viene insegnato? Perché questo ordine del Signore relativo alla vendita dei propri beni è molto meno conosciuto di quello relativo alla decima? Perchè quello relativo alla decima implica una rinunzia molto inferiore di quella che implica la vendita di una casa o di un campo. Fratelli, guardiamoci dal procedere astutamente nei confronti del nostro prossimo.

Ho voluto mediante queste Scritture confermarvi come la legge di Cristo sia perfetta e completa a differenza di quella di Mosè.

Il diritto nell’Evangelo che hanno coloro che annunziano l’Evangelo

Siccome il comandamento relativo alla decima viene imposto da alcuni perchè dicono: ‘Il pastore è dato interamente alla predicazione e all’insegnamento, non ha un lavoro secolare e quindi dobbiamo pagarlo’, vediamo come è giusto comportarsi sotto la grazia a tale riguardo.

I Leviti insegnavano al popolo la legge secondo che è scritto: “Essi insegnano i tuoi statuti a Giacobbe e la tua legge a Israele” (Deut. 33:10), ed essi erano sostenuti dal popolo mediante le decime perchè così Dio aveva stabilito per loro, infatti Egli disse: “E ai figliuoli di Levi io do come possesso tutte le decime in Israele in contraccambio del servizio che fanno” (Num. 18:21).

Sotto la legge gli Israeliti dovevano pagare le decime delle loro entrate perchè Dio le aveva prese per darle ai Leviti che facevano il servizio che Lui aveva ordinato loro di fare; questo diritto dei Leviti era nella legge di Mosè, la quale essi insegnavano al popolo; in altre parole essi vivevano di ciò che la legge prescriveva loro.

Ora, sotto la grazia, anche coloro che annunziano l’Evangelo, cioè i ministri del Vangelo, hanno un diritto, ma questo diritto è nell’Evangelo e non nella legge di Mosè, infatti è scritto: “Il Signore ha ordinato che coloro i quali annunziano l’Evangelo vivano dell’Evangelo” (1 Cor. 9:14); fratelli, il Signore ha ordinato a quelli che annunziano il Vangelo di vivere del Vangelo, quindi di fare uso di questo diritto che loro hanno nel Vangelo. Vediamo ora che cosa dice il Vangelo a tale proposito.

Gesù, quando mandò i suoi dodici discepoli a predicare il Vangelo del Regno, disse loro: “Non fate provvisione nè d’oro, nè d’argento, nè di rame nelle vostre cinture, nè di sacca da viaggio, nè di due tuniche, nè di calzari, nè di bastone, perchè l’operaio è degno del suo nutrimento” (Matt. 10:9,10), e quando mandò i settanta disse loro: “Non portate nè borsa, nè sacca, nè calzari, e non salutate alcuno per via. In qualunque casa sarete entrati, dite prima: Pace a questa casa! E se v’è quivi alcun figliuolo di pace, la vostra pace riposerà su lui; se no, ella tornerà a voi. Or dimorate in quella stessa casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perchè l’operaio è degno della sua mercede” (Luca 10:4-7). Come potete vedere Gesù stesso ha detto che l’operaio del Signore è degno sia del suo nutrimento e sia della sua mercede, il che significa in altri termini che egli ha il diritto di mangiare e di bere e di ricevere uno stipendio in contraccambio del servizio che egli compie nella casa di Dio. Paolo, parlando degli anziani, ha confermato pienamente le parole del Signore infatti scrisse a Timoteo: “Gli anziani che tengono bene la presidenza, siano reputati degni di doppio onore, specialmente quelli che faticano nella predicazione e nell’insegnamento; poichè la Scrittura dice: Non mettere la museruola al bue che trebbia; e l’operaio è degno della sua mercede” (1 Tim. 5:17,18; Deut. 25:4; Luca 10:7) (in questo caso Paolo per sostenere il diritto che gli anziani hanno nel Vangelo, ha citato un passo della legge di Mosè ed un passo del Vangelo). Notate che Paolo ha detto che gli anziani che faticano nella predicazione e nell’insegnamento sono degni di doppia mercede.

È naturale che se da un lato coloro che predicano il Vangelo e insegnano la Parola del Signore hanno questo diritto, dall’altro ci deve pur esser qualcuno che ha il dovere, secondo il Vangelo, di dare loro questo nutrimento e questa mercede, e questo qualcuno è chi viene ammaestrato, difatti Paolo ai Galati disse: “Colui che viene ammaestrato nella Parola faccia parte di tutti i suoi beni a chi l’ammaestra” (Gal. 6:6). Come potete vedere, è colui che riceve il beneficio del servigio del ministro del Vangelo che ha il dovere di fargli parte di tutti i suoi beni, e non solo di una parte di essi (come la decima parte, per esempio). Questo è confermato anche dalla Scrittura che dice: “Non mettere la museruola al bue che trebbia il grano” (Deut. 25:4); infatti anche qui è chi riceve il beneficio dell’opera del bue che non deve mettere la museruola al bue che trebbia, affinchè il bue possa mangiare una parte del grano che trebbia.

Il meccanismo è lo stesso di quello che c’era sotto la legge, la differenza sta nel fatto che sotto la grazia i credenti devono far parte di tutti i loro beni a coloro preposti dal Signore ad ammaestrarli, e non solo di una parte di essi (la decima); quindi, nell’insieme, in una misura maggiore a quella che prescriveva la legge nei confronti dei Leviti.

È chiaro che se coloro che vengono ammaestrati nella Parola rifiutano di fare parte di tutti i loro beni a chi l’ammaestra, essi si rendono colpevoli di un peccato perchè così facendo mettono la museruola al bue che trebbia il grano, in altre parole calpestano il diritto che chi insegna la Parola ha nel Vangelo.

Ricordatevi che sì gli anziani hanno dei doveri nei confronti della chiesa che essi pascono, ma anche che la chiesa ha i suoi doveri in verso gli anziani, uno dei quali è quello di provvedere alle loro necessità, affinchè nulla manchi loro.

Quindi chi predica il Vangelo ha il diritto di ricevere uno stipendio dalla chiesa, ma badate che questo non significa che ha il diritto di imporre ai santi il pagamento della decima, perchè lo stipendio che riceve deve essere formato da denaro offerto liberamente e allegramente dai santi, secondo che è scritto: “Dia ciascuno secondo che ha deliberato in cuore suo; non di mala voglia, nè per forza perchè Iddio ama un donatore allegro” (2 Cor. 9:7), e non da denaro estorto ai santi facendo leva sul comandamento della decima (e la proclamazione della relativa benedizione di Dio su chi la dà, ma anche della relativa maledizione di Dio su chi non la dà) per costringerli a dare a tutti i costi quella determinata parte delle loro entrate (per la paura che essi diano meno della decima, e per assicurarsi così almeno le loro decime).

Vediamo ora cosa Paolo scrisse ai Corinzi a proposito del diritto nell’Evangelo che anche lui e Barnaba avevano, e perchè lui e i suoi collaboratori rinunziarono a fare uso di questo diritto sulla chiesa di Corinto e su quella di Tessalonica.

Egli scrisse ai Corinzi: “Non abbiamo noi il diritto di mangiare e di bere?…O siamo soltanto io e Barnaba a non avere il diritto di non lavorare? Chi è mai che fa il soldato a sue proprie spese? Chi è che pianta una vigna e non ne mangia del frutto? O chi è che pasce un gregge e non si ciba del latte del gregge? Dico io queste cose secondo l’uomo? Non le dice anche la legge? Difatti, nella legge di Mosè è scritto: Non mettere la musoliera al bue che trebbia il grano. Forse che Dio si dà pensiero dei buoi? O non dice Egli così proprio per noi? Certo, per noi fu scritto così; perché chi ara deve arare con speranza; e chi trebbia il grano deve trebbiarlo colla speranza d’averne la sua parte. Se abbiamo seminato per voi i beni spirituali, è egli gran che se mietiamo i vostri beni materiali? Se altri hanno questo diritto su voi, non l’abbiamo noi molto più? Ma noi non abbiamo fatto uso di questo diritto; anzi sopportiamo ogni cosa, per non creare alcuno ostacolo all’Evangelo di Cristo. Non sapete voi che quelli i quali fanno il servigio sacro mangiano di quel che è offerto nel tempio? e che coloro i quali attendono all’altare, hanno parte all’altare? Così ancora, il Signore ha ordinato che coloro i quali annunziano l’Evangelo vivano dell’Evangelo” (1 Cor. 9:4,6-14).

Paolo ribadì ai Corinzi che lui e Barnaba avevano il diritto nell’Evangelo, ma anche che lui e i suoi collaboratori non fecero uso di questo loro diritto su di loro. Come uno non fa il soldato a sue proprie spese, perchè egli viene pagato da chi lo ha arruolato; come chi pianta una vigna ha il diritto di mangiare del frutto della vigna; come chi pasce un gregge ha il diritto di cibarsi del latte del gregge; così, chi annunzia l’Evangelo se da un lato ha il dovere di seminare i beni spirituali dall’altro ha anche il diritto di mietere i beni materiali dei credenti. Questo diritto che hanno i ministri del Vangelo è confermato pure dalla legge che dice: “Non mettere la museruola al bue che trebbia il grano” (Deut. 25:4); e che attesta che quelli che adempivano il loro sacro servigio nel tempio mangiavano di quello che veniva portato nel tempio in offerta a Dio, e che quelli che erano preposti a scannare gli animali per offrirli in sacrificio a Dio mangiavano di quelle cose che essi ponevano sull’altare.

Naturalmente, chi fa uso di questo diritto ha il diritto di non lavorare per darsi interamente alla predicazione ed all’insegnamento della Parola di Dio.

Dopo avere detto ciò, bisogna dire la ragione per cui Paolo e i suoi collaboratori non fecero uso di questo diritto a Corinto; sì, perchè Paolo, l’apostolo che poteva dire ai Corinzi: “Quand’anche aveste diecimila pedagoghi in Cristo, non avete però molti padri; perchè sono io che vi ho generati in Cristo Gesù, mediante l’Evangelo” (1 Cor. 4:15), non fece uso di questo suo diritto su loro.

Così lui spiegò questa sua rinuncia: “Ho spogliato altre chiese, prendendo da loro uno stipendio, per potere servire voi; e quando, durante il mio soggiorno fra voi, mi trovai nel bisogno, non fui d’aggravio a nessuno, perchè i fratelli, venuti dalla Macedonia, supplirono al mio bisogno; e in ogni cosa mi sono astenuto e m’asterrò ancora dall’esservi d’aggravio. Com’è vero che la verità di Cristo è in me, questo vanto non mi sarà tolto nelle contrade dell’Acaia. Perchè? Forse perchè non v’amo? Lo sa Iddio. Ma quel che fo lo farò ancora per togliere ogni occasione a coloro che desiderano un’occasione; affinchè in quello di cui si vantano siano trovati uguali a noi” (2 Cor. 11:8-12).

Nella chiesa di Corinto vi erano alcuni falsi apostoli che non erano d’aggravio alla chiesa e cercavano un’occasione per gloriarsi contro Paolo, e Paolo, per togliere a costoro ogni occasione, decise di non essere d’aggravio alla Chiesa di Corinto (benchè avesse il diritto di farlo) non valendosi del suo diritto nel Vangelo, e questo affinchè, in quello di cui si vantavano (questi falsi apostoli si vantavano di non essere d’aggravio alla chiesa di Corinto) costoro fossero trovati uguali a Paolo ed ai suoi collaboratori.

La chiesa di Corinto non calpestò affatto il diritto nell’Evangelo che Paolo aveva su di essa, perchè fu Paolo a decidere di non fare uso di questo suo diritto a Corinto, e per questa sua decisione chiese loro di perdonarlo, infatti scrisse loro: “In che siete voi stati da meno delle altre chiese se non nel fatto che io stesso non vi sono stato d’aggravio? Perdonatemi questo torto” (2 Cor. 12:13). Come potete ben capire, Paolo decidendo di non essere d’aggravio ai Corinzi, li mise, in questo, in una condizione d’inferiorità rispetto alle altre chiese alle quali invece era stato d’aggravio e perciò chiese loro di perdonargli questo torto.

Vorrei farvi notare che secondo quello che dice Luca, Paolo, a Corinto, in un primo tempo lavorò con le sue mani per provvedere alle sue necessità, infatti è scritto: “E siccome era del medesimo mestiere, dimorava con loro (con Aquila e Priscilla), e lavoravano; poichè, di mestiere, erano fabbricanti di tende” (Atti 18:3), ma in seguito, quando Sila e Timoteo lo raggiunsero a Corinto, egli smise di lavorare per darsi tutto alla predicazione, infatti è scritto: “Ma quando Sila e Timoteo furono venuti dalla Macedonia, Paolo si diè tutto quanto alla predicazione, testimoniando ai Giudei che Gesù era il Cristo” (Atti 18:5). Quando Paolo disse ai Corinzi: “E quando, durante il mio soggiorno fra voi, mi trovai nel bisogno, non fui d’aggravio a nessuno, perchè i fratelli, venuti dalla Macedonia, supplirono al mio bisogno” (2 Cor. 11:9), fece riferimento al secondo periodo del suo soggiorno a Corinto, quando, benchè lui avesse cessato di lavorare, Sila e Timoteo che erano venuti a lui dalla Macedonia, supplirono al bisogno nel quale si venne a trovare.

Anche a Tessalonica Paolo non si valse del suo diritto di non lavorare e ne spiegò la ragione ai Tessalonicesi in questi termini: “Voi stessi sapete com’è che ci dovete imitare: perchè noi non ci siamo condotti disordinatamente fra voi; nè abbiamo mangiato gratuitamente il pane d’alcuno, ma con fatica e con pena abbiamo lavorato notte e giorno per non essere d’aggravio ad alcuno di voi. Non già che non abbiamo il diritto di farlo, ma abbiamo voluto darvi noi stessi ad esempio, perchè c’imitaste” (2 Tess. 3:7-9); Paolo, Silvano e Timoteo, non erano stati d’aggravio ai Tessalonicesi, ma non perchè non ne avevano il diritto, ma perchè non avevano voluto fare uso di questo loro diritto di non lavorare; essi lavorarono notte e giorno con le loro mani per dare loro stessi l’esempio in questo, onde i Tessalonicesi li imitassero. Essi, per evitare che qualcuno che non voleva lavorare, non vedendoli lavorare ma vedendoli solo predicare, si mettesse in testa che poteva non lavorare anche per affaccendarsi in cose vane, rinunciarono al loro diritto di non lavorare; loro furono disposti pure a fare questa rinuncia per non creare alcun ostacolo al Vangelo. Per questo Paolo disse ai Corinzi: “Ma noi non abbiamo fatto uso di questo diritto; anzi sopportiamo ogni cosa, per non creare alcun ostacolo all’Evangelo di Cristo” (1 Cor. 9:12). Naturalmente Paolo ebbe una ricompensa da questo suo modo di agire che tenne sia in Corinto e sia a Tessalonica, infatti disse ai Corinzi: “Qual’è dunque la mia ricompensa? Questa: che annunziando l’Evangelo, io offra l’Evangelo gratuitamente, senza valermi del mio diritto nell’Evangelo” (1 Cor. 9:18).

Badate che Paolo non sempre non si valse del suo diritto nel Vangelo, infatti lui prese uno stipendio da delle chiese dei santi per potere essere dato interamente alla predicazione; lui lo fa chiaramente capire quando dice, sempre ai Corinzi: “Ho spogliato altre chiese, prendendo da loro uno stipendio, per poter servire voi…” (2 Cor. 11:8).

Vediamo ora come Gesù, nei giorni della sua carne, dopo che lasciò il suo lavoro di falegname per mettersi a predicare l’Evangelo del Regno, fece uso di questo diritto che è nel Vangelo, assieme ai suoi apostoli. Luca dice: “Ed avvenne in appresso che egli andava attorno di città in città e di villaggio in villaggio, predicando ed annunziando la Buona Novella del Regno di Dio; e con lui erano i dodici e certe donne che erano state guarite da spiriti maligni e da infermità: Maria, detta Maddalena, dalla quale erano usciti sette demoni, e Giovanna, moglie di Cuza, amministratore d’Erode, e Susanna ed altre molte che assistevano Gesù ed i suoi coi loro beni” (Luca 8:1-3). Come potete vedere, pure Gesù fece uso del diritto di non lavorare per darsi interamente alla predicazione e all’insegnamento della Parola; pure il Maestro visse dell’Evangelo quando si mise a predicare il Vangelo di città in città e di villaggio in villaggio, infatti molte donne lo seguivano e assistevano sia lui che i suoi apostoli con i loro beni. Nel comportamento di quelle donne noi vediamo l’adempimento della Parola che dice: “Colui che viene ammaestrato nella Parola faccia parte di tutti i suoi beni a chi l’ammaestra” (Gal. 6:6).

Spieghiamo quelle Scritture del Nuovo Patto che si riferiscono alla decima

A questo punto voglio spiegare quei passi delle Scritture del Nuovo Patto che fanno riferimento direttamente o indirettamente alla decima, per farvi comprendere, con la grazia di Dio, che essi non si possono prendere per dire ai credenti: ‘Voi vi dovete mettere in testa di pagare la decima altrimenti derubate Dio e sarete colpiti di maledizione’ (come fanno alcuni con frode o per mancanza di conoscenza in seno alle chiese dei santi), perchè essi non confermano affatto l’imposizione della decima sotto la grazia.

– Nell’epistola agli Ebrei è scritto: “Or quelli d’infra i figliuoli di Levi che ricevono il sacerdozio, hanno bensì ordine, secondo la legge, di prendere le decime dal popolo, cioè dai loro fratelli..e poi qui, quelli che prendono le decime son degli uomini mortali; ma là le prende uno di cui si attesta che vive” (Ebr. 7:5,8).

Innanzi tutto bisogna dire che “quelli che qui prendono le decime” (Ebr. 7:8), erano dei Leviti (quindi dei Giudei di nascita), che, quando la epistola fu scritta, ancora prendevano le decime dagli altri Giudei, secondo l’ordine della legge di Mosè, quindi, siccome che noi non siamo dei Giudei di nascita che sono sotto la legge e fra di noi Gentili non ci sono dei discendenti della tribù di Levi, questo non ci riguarda. Qualcuno dirà: ‘Ma qui è scritto: “Qui, quelli che prendono le decime”, perciò se il verbo è al presente, significa che anche sotto la grazia i santi in Cristo dovevano pagare la decima!’; vi rispondo dicendovi che il verbo non è al presente solo quando la Scrittura parla della decima, ma anche quando parla dei doni e dei sacrifici i quali venivano ancora offerti (in quel tempo) nel santuario terreno in Gerusalemme dai sacerdoti Giudei, infatti nella stessa epistola è scritto: “Ci sono quelli che offrono i doni secondo la legge, i quali ministrano in quel che è figura e ombra delle cose celesti..” (Ebr. 8:4,5) ed ancora: “Ogni sacerdote è in piè ogni giorno ministrando e offrendo spesse volte gli stessi sacrifici che non possono mai togliere i peccati…” (Ebr. 10:11); oltre a ciò, notate in queste scritture l’espressione “secondo la legge”, perchè essa si riferisce alla legge di Mosè e non a quella di Cristo, infatti i Leviti prendevano le decime dal popolo per ordine di Mosè, e i sacerdoti offrivano i doni e i sacrifici nel tempio, sempre secondo la legge di Mosè, ma ricordatevi che quelli che facevano ciò erano dei Giudei di nascita che erano ancora sotto la legge e che non erano ancora stati affrancati da essa come invece lo siamo stati noi da Cristo Gesù.

Ma allora a questo punto, siccome che anche in relazione ai sacrifici di becchi offerti dai Giudei per i loro peccati, il verbo è al presente, noi pure dovremmo presentare su qualche altare ed in qualche santuario terreno dedicato al culto di Dio sacrifici di bestie grasse per i nostri peccati! Così non sia, perchè è altresì scritto nella medesima epistola: “Si offrono doni e sacrifici che non possono, quanto alla coscienza, rendere perfetto colui che offre il culto..” (Ebr. 9:9), ed anche: “Poichè la legge, avendo un’ombra dei futuri beni, non la realtà stessa delle cose, non può mai con quegli stessi sacrifici, che sono offerti continuamente, anno dopo anno, rendere perfetti quelli che s’accostano a Dio” (Ebr. 10:1), ed ancora che “noi abbiamo un altare del quale non hanno diritto di mangiare quelli che servono il tabernacolo” (Ebr. 13:10).

Il fatto che i sacerdoti e i Leviti anche dopo che Gesù fu assunto in cielo, offrivano doni e sacrifici per i peccati e prendevano le decime dal popolo, non significa affatto che i Gentili, sotto la grazia, facevano o dovevano fare (in quel tempo) quelle medesime cose, benchè quelle cose venivano da loro eseguite in ubbidienza alla legge che Dio diede a Mosè per tutto Israele.

Noi Gentili in Cristo Gesù che ci siamo convertiti a Dio, non siamo un popolo senza legge, che vive come gli piace o secondo la legge di Mosè, ma siamo un popolo che vive secondo la legge perfetta di Cristo.

Noi, (faccio un esempio) in questa nazione dobbiamo attenerci alla legge Italiana, cioè della nazione nella quale viviamo e della quale siamo cittadini, e per mezzo di questa legge abbiamo dei diritti e dei doveri. Ora, è chiaro che tra la legge Italiana e quella di un’altra nazione vi sono delle differenze, anche se ci possono essere pure delle leggi uguali tra loro; ma il fatto che ci siano delle leggi uguali in ambedue le legislazioni, non significa che il cittadino italiano, nella sua propria nazione, deve attenersi a tutte le leggi di quell’altra nazione; egli prende atto che anche quell’altra nazione, a riguardo di una cosa, ha la legge uguale o molto simile, ma prende pure atto che tutte le altre leggi di quella nazione sono molte diverse e riguardano solo i cittadini di quell’altra nazione.

Ora, tra la legge di Cristo, sotto il cui regno siamo noi, e la legge di Mosè, sotto la quale vivono i Giudei che non hanno creduto ancora, vi sono delle leggi che sono uguali; voglio dire che vi sono dei comandamenti nella legge dei Giudei che noi Gentili di nascita dobbiamo osservare, perchè essi sono validi tutt’ora per noi sotto la grazia, e mi riferisco a questi: “Ama il Signore Iddio tuo con tutto il tuo cuore e con tutta l’anima tua e con tutta la mente tua…” (Matt. 22:37; Deut. 6:5); “Ama il tuo prossimo come te stesso” (Matt. 22:39; Lev. 19:18); “Non vi rivolgete agli spiriti, nè agli indovini, non li consultate..” (Lev. 19:31); “Non odierai il tuo fratello in cuore tuo..” (Lev. 19:17); “Non ti vendicherai” (Lev. 19:18), e molti altri che non nomino uno per uno; però vi sono molte altre leggi giuste che Dio diede a Israele, che noi Gentili in Cristo Gesù non dobbiamo osservare per non ricadere sotto la schiavitù della legge di Mosè dalla quale siamo stati liberati; e mi riferisco alle leggi sulla circoncisione della carne, sull’osservanza dei sabati, dei noviluni, delle feste e a quelle sugli animali puri ed impuri, quelle concernenti i sacrifici e inoltre quello compreso della decima.

– Gesù Cristo, quando riprese gli scribi ed i Farisei, disse loro: “Guai a voi, scribi e Farisei, ipocriti, perchè pagate la decima della menta e dell’aneto e del comino e trascurate le cose più gravi della legge: il giudicio, e la misericordia, e la fede. Queste sono le cose che bisognava fare, senza tralasciare le altre” (Matt. 23:23); ma anche con queste parole non si può dimostrare che Dio ci comanda di pagare la decima.

Gesù rivolse queste parole agli scribi e ai Farisei che sedevano sulla cattedra di Mosè, i quali, se da un lato pagavano la decima persino sulle erbe, dall’altro trascuravano le cose più importanti della legge e cioè il giudicio, la misericordia e la fede. Le parole di Cristo mostrano che secondo la legge di Mosè, procacciare la giustizia, la misericordia e la fede era più importante che pagare la decima, nondimeno Gesù non disse agli scribi ed ai Farisei che avevano fatto o facevano male a pagare la decima, ma disse loro che avrebbero dovuto in primo luogo procacciare le cose più gravi della legge (la giustizia, l’amore di Dio, e la fede) senza tralasciare le altre cose della stessa legge. “Le altre cose”, che menzionò Gesù, comprendono anche il pagamento della decima, (perchè vi sono altre cose assieme al pagamento della decima che i Giudei non dovevano trascurare); perchè, secondo la legge, non dovevano essere trascurate neppure la legge sul sabato, quella sulle diverse feste giudaiche, quella sulla circoncisione della carne, le leggi relative alle vivande e molte altre. Se io vi dicessi: ‘Fratelli, bisogna procacciare la giustizia, l’amore di Dio e la fede di cui la legge parla’, io vi direi di fare ciò che è giusto fare anche per noi Gentili in Cristo Gesù; ma se aggiungessi: ‘Senza tralasciare le altre cose di cui parla la legge’, allora farei male, perchè comincerei in questa maniera a imporvi la circoncisione nella carne, l’osservanza del sabato e delle feste giudaiche, i precetti sulle vivande, il pagamento della decima ed altri precetti, facendo un uso illegittimo della legge nei vostri confronti. Perchè farei un uso illegittimo della legge? Perché Gesù disse che “la legge ed i profeti hanno durato fino a Giovanni” (Luca 16:16). Per questo motivo, noi alcune cose della legge le dobbiamo tralasciare, per non ricadere sotto il giogo della legge (dal quale siamo stati affrancati) e per non scadere dalla grazia.

L’apostolo Paolo scrisse ai santi in Efeso che Cristo ha abbattuto il muro di separazione che c’era fra i Giudei e noi Gentili, infatti disse: “Dei due popoli ne ha fatto uno solo ed ha abbattuto il muro di separazione con l’abolire nella sua carne la causa dell’inimicizia, la legge fatta di comandamenti in forma di precetti..” (Ef. 2:14,15), ed ai santi di Colosse scrisse: “Avendo cancellato l’atto accusatore scritto in precetti, il quale ci era contrario; e quell’atto ha tolto di mezzo, inchiodandolo sulla croce..” (Col. 2:14). Fratelli, ma questo muro di separazione che esisteva fra i Giudei e noi Gentili, nella pratica, da che cosa era costituito? Considerate i precetti sugli olocausti, sui sacrifici di azioni di grazie, sui sacrifici per il peccato, il precetto sul sabato, sui noviluni, sulle feste giudaiche, il precetto sulla circoncisione della carne, i precetti sui cibi con il divieto ai Giudei di mangiare certi cibi, il precetto sulla decima, il divieto fatto ai Giudei di non prendere in marito o in moglie persone delle altre nazioni; ditemi: ‘Ma non erano proprio questi ed altri precetti scritti nella legge, il muro di separazione che c’era fra i Giudei e noi Gentili e la causa dell’inimicizia che c’era fra noi e loro? Certo che erano essi la causa dell’inimicizia che esisteva fra noi e loro. Ma Cristo morendo sulla croce ha annullato questa inimicizia che c’era fra noi e loro perchè ha preso questi precetti e li ha inchiodati sulla croce. Sì, egli ha abbattuto il muro di separazione! Ditemi: ‘Come potrebbero dei Giudei mangiare, bere, adorare Iddio e cantare a Dio assieme a noi Gentili di nascita, incirconcisi nella carne, se quel muro di separazione che si ergeva tra i Giudei ed i Gentili non fosse stato abbattuto? Sarebbe impossibile! Ma grazie siano rese a Dio in Cristo Gesù per avere abbattuto, nella pienezza dei tempi, questo muro di separazione!

È necessario dire però, che benchè Cristo ha abbattuto questo muro di separazione, in seguito, sorsero degli uomini Giudei che cercarono di ricostruirlo e di questo ne abbiamo una prova evidente quando quei Farisei che avevano creduto dissero in Gerusalemme, nel cospetto degli apostoli e degli anziani: “Bisogna circoncidere i Gentili, e comandare loro d’osservare la legge di Mosè” (Atti 15:5): ma gli apostoli e gli anziani capirono che se avessero comandato ai Gentili di farsi circoncidere e d’osservare la legge di Mosè avrebbero riedificato le cose che Cristo aveva distrutte e si sarebbero resi trasgressori; e perciò alle imposizioni di costoro non cedettero affinchè il Vangelo rimanesse fermo.

Noi siamo giunti alla conclusione che siccome a Gerusalemme gli apostoli e gli anziani non ci hanno imposto a noi Gentili il pagamento della decima (non ritenendolo nè così fondamentale e nè così importante come invece oggi fanno niente di meno che dei predicatori del Vangelo che sono Gentili), e se Paolo, l’apostolo e il dottore dei Gentili, in tutte le sue epistole non ha espressamente ordinato il pagamento della decima per sostenere l’opera di Dio, nessun ministro del Vangelo ha il diritto di imporre la decima ai santi. Chi ha deciso di farlo, ha deciso di praticare oltre ciò che è scritto e di ordinare quello che gli apostoli non ordinavano alle chiese dei Gentili. Certo è che coloro che impongono la decima mettono sul collo dei credenti un giogo pesante e scomodo da portare; sapete perché? Perchè inducono i credenti a servire uno di quei “deboli e poveri elementi” (Gal. 4:9) (così li ha chiamati Paolo).

– Paolo scrisse ai Corinzi: “Non sapete voi che quelli che fanno il servigio sacro mangiano di quel che è offerto nel tempio? e che coloro i quali attendono all’altare, hanno parte all’altare?” (1 Cor. 9:13).

Anche questo passo della Scrittura fa riferimento alla decima, perchè le decime sotto la legge venivano portate nel tempio e di esse usufruivano coloro che esercitavano il loro servigio sacro nel tempio. Ma pure in questo caso non possiamo affermare che queste parole significano che a noi Gentili Dio ha comandato di attenerci al comandamento della decima.

Paolo, con queste parole, ha ricordato ai Corinzi che anche sotto la legge, quelli che erano stati chiamati da Dio ad adempiere un sacro ufficio nella sua casa traevano il loro sostentamento dai beni materiali che il popolo offriva a Dio; ha voluto spiegargli così che non c’è da meravigliarsi se sotto la grazia, Dio ha comandato che quelli che annunziano l’Evangelo devono vivere del Vangelo, perchè anche sotto la legge quelli che ministravano nel tempio di Dio vivevano di quello che veniva offerto nel tempio.

E poi, se queste parole di Paolo significassero che noi dobbiamo pagare la decima, che significato attribuiremo a queste altre parole di Paolo: “Non sapete voi che coloro i quali corrono nello stadio, corrono ben tutti, ma uno solo ottiene il premio” (1 Cor. 9:24)? Forse che noi dobbiamo andare allo stadio a correre in qualche corsa per cercare di ottenere un premio? Affatto! Perchè in questo caso Paolo ha ricordato ai Corinzi che essi dovevano correre l’arringo che era davanti a loro in maniera tale da poter ottenere il premio della superna vocazione di Dio in Cristo Gesù, e lo ha fatto usandosi di questo termine di paragone che era conosciuto ai Corinzi.

Spieghiamo i passi dell’Antico Patto che parlano della decima

Vediamo ora quali sono quei passi dell’antico patto che prendono i sostenitori dell’imposizione della decima, per capire se è giusto usarli per costringere i santi a pagare la decima.

– È scritto: “E Melchisedec, re di Salem, fece portare del pane e del vino. Egli era Sacerdote dell’Iddio altissimo. Ed egli benedisse Abramo, dicendo: ‘Benedetto sia Abramo dall’Iddio altissimo, padrone dei cieli e della terra! E benedetto sia l’Iddio altissimo, che t’ha dato in mano i tuoi nemici!’ E Abramo gli diede la decima d’ogni cosa” (Gen. 14:18-20).

Questo episodio si verificò al ritorno di Abramo dalla sconfitta dei re: fermo restando che Abramo fece una cosa giusta nel cospetto di Dio nel dare la decima del meglio della preda a Melchisedec che era sacerdote dell’Iddio altissimo (questo episodio è trascritto pure nella epistola agli Ebrei), e fermo restando che la decima che egli diede la ricevette nel cielo colui che vive nei secoli dei secoli, non è giusto prendere questo passo per imporre la decima ai figliuoli d’Abramo. Perchè dico che non è giusto? Perchè se prendiamo il fatto che Abramo diede la decima a Melchisedec, per imporre la decima, dobbiamo prendere pure il fatto che Abramo si fece circoncidere nella carne per ordine di Dio, per imporre la circoncisione della carne ai credenti. Noi sappiamo che fu Dio a ordinare ad Abramo la circoncisione, infatti è scritto che Dio gli disse: “Ogni maschio fra voi sia circonciso” (Gen. 17:10); che faremo allora? Ci circoncideremo nella carne, perchè Abramo fu circonciso nella carne? Così non sia! Non sapete voi che Paolo disse ai Corinzi: “Ciascuno seguiti a vivere nella condizione assegnatagli dal Signore, e nella quale si trovava quando Iddio lo chiamò…È stato alcuno chiamato essendo incirconciso? Non si faccia circoncidere” (1 Cor. 7:17,18)? Come mai Paolo non ha imposto la circoncisione nella carne ai credenti incirconcisi? Come mai non lo ha fatto? Paolo sapeva che era stato Dio ad ordinare la circoncisione ad Abramo, eppure disse che “la circoncisione è nulla” (1 Cor. 7:19); egli sapeva che fu Dio a volere la circoncisione di Abramo eppure ha detto a chi è stato chiamato da Dio essendo incirconciso di non farsi circoncidere, e tutto ciò perchè egli usava la legge in modo legittimo e tagliava rettamente la parola di verità: egli faceva quello che oggi molti non vogliono fare. Per questo non c’è da meravigliarsi del fatto che Paolo non ha imposto la decima facendo leva su questo episodio accaduto nella vita di Abramo, e del fatto che egli non ha imposto la circoncisione nella carne agli incirconcisi prendendo per esempio la circoncisione del patriarca Abramo. Noi rispettiamo sia il fatto che Abramo diede la decima a Melchisedec, e sia il fatto che egli fu circonciso, ma non ci permettiamo di giungere alla errata conclusione che sia lecito sia imporre la decima e sia imporre la circoncisione nella carne, e questo perchè sappiamo che una tale persuasione non viene da Colui che ci ha chiamati a libertà.

– Parliamo ora del voto che fece Giacobbe a Bethel. È scritto: “E Giacobbe fece un voto, dicendo: ‘Se Dio è meco, se mi guarda durante questo viaggio che fo, se mi dà pane da mangiare e vesti da coprirmi, e se ritorno sano e salvo alla casa del padre mio, l’Eterno sarà il mio Dio; e questa pietra che ho eretta in monumento, sarà la casa di Dio; e di tutto quello che tu darai a me, io, certamente, darò a te la decima” (Gen. 28:20-22).

Giacobbe fece questo voto mentre andava in Mesopotamia, e precisamente dopo che ricevette un sogno da parte di Dio a Bethel. Ora, fermo restando che Giacobbe non fece nessun male a promettere di dare la decima a Dio se Dio lo avesse assistito, noi diciamo che non è lecito prendere l’esempio di questo voto per imporre la decima (appunto perchè si tratta di un voto volontario); anzi, questo voto dovrebbe essere preso per sostenere che anche sotto la grazia è lecito fare a Dio un voto nel quale gli si promette di dare la decima. Sì, perchè noi crediamo che non c’è nulla di male nel promettere di dare a Dio, di propria spontanea volontà, la decima delle proprie entrate per una particolare opera nella casa di Dio (per l’opera assistenziale nei confronti dei poveri, delle vedove, degli orfani, o nei confronti di un ministro del Vangelo). Sia ben chiaro però, che nel caso un credente faccia questo determinato voto a vita, sarà obbligato per tutta la sua vita a mantenere la parola uscita dalla sua bocca, se non vuole incorrere nel giudizio di Dio perchè è scritto: “Quando avrai fatto un voto all’Eterno, al tuo Dio, non tarderai ad adempierlo; poiché l’Eterno, il tuo Dio, te ne domanderebbe certamente conto, e tu saresti colpevole..Mantieni e compi la parola uscita dalle tue labbra; fà secondo il voto che avrai fatto volontariamente all’Eterno, al tuo Dio, e che la tua bocca avrà pronunziato” (Deut. 23:21,23).

– Dopo che le mura di Gerusalemme furono ricostruite, Nehemia e i capi del popolo d’Israele, e i Leviti fecero un patto davanti a Dio con il quale s’impegnarono a camminare seguendo la legge di Mosè. Voglio ora trascrivere per intero quello che Nehemia ha scritto a tale proposito: “Noi fermammo un patto stabile e lo mettemmo per iscritto; e i nostri capi, i nostri Leviti e i nostri sacerdoti vi apposero il loro sigillo. Quelli che v’apposero il loro sigillo furono i seguenti: Nehemia, il governatore, figliuolo di Hacalia, e Sedecia, Seraia, Azaria, Geremia, Pashur, Amaria, Malkija, Hattush, Scebania, Malluc, Harim, Meremoth, Obadia, Daniele, Ghinnethon, Baruc, Meshullam, Abija, Mijamin, Maazia, Bilgai, Scemaia. Questi erano sacerdoti. Leviti: Jeshua, figliuolo di Azania, Binnui dei figliuoli di Henadad, Kadmiel, e i loro fratelli Scebania, Hodia, Kelita, Pelaia, Hanan, Mica, Rehob, Hashabia, Zaccur, Scerebia, Scebania, Hodia, Bani, Beninu. Capi del popolo: Parosh, Pahath-Moab, Elam, Zattu, Bani, Bunni, Azgad, Bebai, Adonia, Bigvai, Adin, Ater, Ezechia, Azzur, Hodia, Hashum, Betsai, Harif, Anatoth, Nebai, Magpiash, Meshullam, Hezir, Mescezabeel, Tsadok, Jaddua, Pelatia, Hanan, Anaia, Hosea, Hanania, Hasshub, Hallohesh, Pilha, Shobek, Rehum, Hashabna, Maaseia, Ahiah, Hanan, Anan, Malluc, Harim, Baana. Il resto del popolo, i sacerdoti, i Leviti, i portinai, i cantori, i Nethinei e tutti quelli che s’erano separati dai popoli dei paesi stranieri per aderire alla legge di Dio, le loro mogli, i loro figliuoli e le loro figliuole, tutti quelli che avevano conoscimento e intelligenza, s’unirono ai loro fratelli più ragguardevoli tra loro, e s’impegnarono con esecrazione e giuramento a camminare nella legge di Dio data per mezzo di Mosè servo di Dio, ad osservare e mettere in pratica tutti i comandamenti dell’Eterno, del Signore nostro, le sue prescrizioni e le sue leggi, a non dare le nostre figliuole ai popoli del paese e a non prendere le figliuole loro per i nostri figliuoli, a non comprar nulla in giorno di sabato o in altro giorno sacro, dai popoli che portassero a vendere in giorno di sabato qualsivoglia sorta di merci o di derrate, a lasciare in riposo la terra ogni settimo anno, e a non esigere il pagamento di verun debito. C’imponemmo pure per la legge di dare ogni anno il terzo d’un siclo per il servizio della casa del nostro Dio, per i pani della presentazione, per l’oblazione perpetua, per l’olocausto perpetuo dei sabati, dei noviluni, delle feste, per le cose consacrate, per i sacrifizi d’espiazione a pro d’Israele, e per tutta l’opera della casa del nostro Dio; e tirando a sorte, noi sacerdoti, Leviti e popolo, regolammo quel che concerne l’offerta delle legna, affin di portarle, secondo le nostre case patriarcali, alla casa del nostro Dio, a tempi fissi, anno per anno, perchè bruciassero sull’altare dell’Eterno, del nostro Dio, come sta scritto nella legge; e c’impegnammo a portare ogni anno nella casa dell’Eterno le primizie del nostro suolo e le primizie d’ogni frutto di qualunque albero, come anche i primogeniti dei nostri figliuoli e del nostro bestiame conforme sta scritto nella legge, e i primogeniti delle nostre mandre e dei nostri greggi per presentarli nella casa del nostro Dio ai sacerdoti che fanno il servizio nella casa del nostro Dio. E c’impegnammo pure di portare ai sacerdoti nelle camere della casa del nostro Dio, le primizie della nostra pasta, le nostre offerte prelevate, le primizie dei frutti di qualunque albero, del vino e dell’olio, e di dare la decima delle rendite del nostro suolo ai Leviti, i quali debbono prendere essi stessi queste decime in tutti i luoghi da noi coltivati. E un sacerdote, figliuolo d’Aaronne, sarà coi Leviti quando preleveranno le decime; e i Leviti porteranno la decima della decima alla casa del nostro Dio nelle stanze che servono di magazzino, poichè in quelle stanze i figliuoli d’Israele e i figliuoli di Levi debbono portare l’offerta prelevata sul frumento, sul vino e sull’olio; quivi sono gli utensili del santuario, i sacerdoti che fanno il servizio, i portinai e i cantori. Noi c’impegnammo così a non abbandonare la casa del nostro Dio” (Neh. 9:38; 10:1-39).

Noi non abbiamo nulla da ridire sulla decisione che presero Nehemia, i sacerdoti, i Leviti ed il resto del popolo, anzi siamo lieti di leggere che il popolo d’Israele dopo che ritornò dalla cattività prese la ferma decisione di tornare a camminare secondo la legge che Dio gli aveva dato al monte Sinai. Quello che essi fecero ci serve d’ammaestramento ed anche d’esempio; ma non possiamo prendere tutte le loro medesime decisioni perchè altrimenti ricadremmo sotto il giogo della legge e scadremmo dalla grazia di Dio. Come potete vedere tra le decisioni che essi presero vi era anche quella di non comprare nulla in giorno di sabato o in un altro giorno sacro secondo la legge e non solo quella di dare la decima ai Leviti; quindi se dovessimo tornare al Signore col dare la decima, dovremmo pure tornare al Signore coll’osservare scrupolosamente anche la legge del sabato. Ma grazie siano rese a Dio perchè noi non siamo più sotto la legge e non dobbiamo tornare al Signore in queste cose della legge. State tranquilli fratelli, perchè come non ci è imposto di osservare il sabato (perchè ombra di cosa che doveva avvenire) così non ci è imposto neppure di pagare la decima. Quelli che prendono anche questo esempio per imporre la decima non usano la Scrittura in modo legittimo.

– Nel libro del profeta Malachia Dio rivolse queste parole al popolo che aveva smesso di portare le decime e le offerte nella sua casa: “Tornate a me, ed io tornerò a voi, dice l’Eterno degli eserciti. Ma voi dite: ‘In che dobbiamo tornare?’ L’uomo deve egli derubare Iddio? Eppure voi mi derubate. Ma voi dite: ‘In che t’abbiamo noi derubato?’ Nelle decime e nelle offerte. Voi siete colpiti di maledizione, perchè mi derubate, voi, tutta quanta la nazione! Portate tutte le decime alla casa del tesoro, perché vi sia del cibo nella mia casa, e mettetemi alla prova in questo, dice l’Eterno degli eserciti; e vedrete s’io non v’apro le cateratte del cielo e non riverso su voi tanta benedizione, che non vi sia più dove riporla. E, per amore vostro, io minaccerò l’insetto divoratore; ed egli non distruggerà più i frutti del vostro suolo, e la vostra vigna non abortirà più nella campagna, dice l’Eterno degli eserciti. E tutte le nazioni vi diranno beati, perchè sarete un paese di delizie, dice l’Eterno egli eserciti” (Mal. 3:7-12).

Dio aveva detto ad Israele che sia la decima delle raccolte del suolo e sia la decima dei frutti degli alberi gli apparteneva, perciò fu inevitabile che Israele, quando si tenne per sè le decime e non le portò alla casa di Dio, fu accusato da Dio di derubarlo. A giusta ragione, dobbiamo dire, perchè il precetto della legge riguardo alla decima parla chiaro. Ma Dio, non solo accusò Israele di derubarlo ma lo maledì pure mandando le locuste e i vermi a divorare i frutti dei loro campi e le loro vigne. Quello che Egli disse ad Israele gli avrebbe fatto se avesse rifiutato di dare ascolto alla sua legge, Dio lo fece; infatti Dio aveva detto: “Porterai molta semenza al campo e raccoglierai poco, perchè la locusta la divorerà. Pianterai vigne, le coltiverai, ma non berrai vino nè coglierai uva, perchè il verme le roderà” (Deut. 28:38,39), e queste parole mandò ad effetto contro il suo popolo quando questi seguì la caparbietà del suo cuore disubbidendo al precetto sulla decima. Ora, coloro che sotto la grazia prendono queste parole di Dio per affermare che chi non dà la decima delle sue entrate viene colpito di maledizione da Dio, dimenticano volontariamente queste cose, di cui vi voglio ora parlare per spiegarvi che queste parole di Malachia non si possono applicare a noi che siamo sotto la grazia:

* Israele non fu colpito di maledizione solo quando non portò le decime alla casa di Dio, ma anche quando si rifiutò di osservare il sabato, infatti in Geremia Dio disse agli Israeliti che se non avessero santificato il giorno di sabato li avrebbe puniti, secondo che è scritto: “Ma, se non mi date ascolto e non santificate il giorno del sabato e non v’astenete dal portare dei carichi e dall’introdurne per le porte di Gerusalemme in giorno di sabato, io accenderò un fuoco alle porte della città, ed esso divorerà i palazzi di Gerusalemme, e non s’estinguerà” (Ger. 17:27). Quindi noi, secondo il ragionamento di costoro, saremo puniti da Dio anche se non santifichiamo il giorno del sabato nella maniera prescritta dalla legge di Mosè; ma questo non può succedere perchè il sabato era un ombra di ciò che doveva venire, e noi non siamo obbligati ad osservarlo.

* Se costoro dicono che coloro che non pagano le decime sono colpiti di maledizione perchè derubano Dio, allora sono colpiti di maledizione pure quelli che riscuotono le decime ma non mettono da parte la decima delle decime per offrirla a Dio, perchè anche loro derubano Dio. Sì, anche loro derubano Dio, perchè Dio disse ai Leviti che dovevano riscuotere le decime dal popolo: “Quando riceverete dai figliuoli d’Israele le decime che io vi do per conto loro come vostro possesso, ne metterete da parte un’offerta da fare all’Eterno; una decima della decima..” (Num. 18:26). Come mai però costoro non parlano mai di questo ordine che è strettamente collegato alla decima?

* Se si dovessero attenere scrupolosamente a tutto ciò che dice la legge attorno alla decima dovrebbero insegnare diverse cose che sono scritte nella legge attorno alla decima. Innanzi tutto dovrebbero dire che i credenti sono obbligati a dare la decima pure sui frutti del suolo, quali frutta, verdure, grano ed altri prodotti (questo anche nel caso un credente abbia un orto), ed anche il decimo capo delle figliate degli animali che essi allevano, ed anche la decima di qualsiasi entrata in denaro che non fa parte dello stipendio mensile (offerte, o altro).

Come potete vedere da voi stessi, imporre tali cose ai credenti significherebbe veramente porre su loro dei pesi difficili a portare perchè essi si metterebbero a pensare del continuo alla decima e comincerebbero a tenere a mente o a registrare tutte le loro entrate di qualsiasi genere esse siano, per la paura di non dare la decima su qualche cosa e di derubare così Dio (come gli viene detto).

Tra le altre cose attorno alla decima che costoro dovrebbero insegnare se si attenessero scrupolosamente ad essa vi è pure questo ordine: “Alla fine d’ogni triennio, metterai da parte tutte le decime delle tue entrate del terzo anno, e le riporrai entro le tue porte; e il Levita, che non ha parte nè eredità con te, e lo straniero e l’orfano e la vedova che saranno entro le tue porte verranno, mangeranno e si sazieranno, affinchè l’Eterno, il tuo Dio, ti benedica in ogni opera a cui porrai mano” (Deut. 14:28,29)? Come mai allora essi tacciono su questo precetto e non dicono che il terzo anno tutte le decime devono essere impiegate in questa maniera? Non è forse perchè vogliono parlare delle cose che fanno comodo a loro e che più gli piacciono? Non è forse perchè loro stessi si rendono conto di quanto pesante diventerebbe volere osservare tutti i precetti attorno alla legge sulla decima?

* Gli apostoli conoscevano bene queste parole scritte nel libro di Malachia, e se avessero ritenuto che Dio avrebbe maledetto tutti quei credenti che per una ragione o per un’altra avrebbero dato meno della decima delle loro entrate, lo avrebbero confermato e non avrebbero tralasciato di parlare a voce e per iscritto di una cosa così importante. Ma allora come si spiega che in tutte le epistole di tutti gli apostoli, e non solo in quelle di Paolo, non c’è solo un passo che dice chiaramente che dobbiamo dare la decima come sotto la legge? Ma pensate che Dio abbia dimenticato di dirci tramite gli apostoli che dobbiamo osservare il precetto sulla decima? Io credo che l’Iddio che non dimentica neppure uno dei cinque passeri che si vendono per un solo soldo non si possa essere dimenticato di dirci una cosa così importante. O forse, costoro, pensano che Dio si usi di loro per ricordarcela? Se è così, si sbagliano grandemente, perchè noi crediamo che gli apostoli lo avrebbero fatto molto tempo prima di loro.

Certamente, gli apostoli avrebbero potuto confermare che noi Gentili dobbiamo pagare la decima come prescrive la legge di Mosè, quando si radunarono con gli anziani a Gerusalemme per discutere della questione che era sorta, cioè se obbligare i Gentili a farsi circoncidere ed osservare la legge di Mosè o meno. Ma anche in quella occasione non parve bene nè allo Spirito Santo e neppure agli apostoli e agli anziani di imporci di osservare il precetto sulla decima. Erano Giudei di nascita; almeno dodici dei presenti erano stati con Gesù, conoscevano la legge, erano a favore della divulgazione del Vangelo e del diritto che è nel Vangelo che hanno i ministri del Vangelo, ma non ritennero opportuno di imporci un tale precetto. Ma a questo, cioè ad imporlo ai credenti, purtroppo, e ripeto purtroppo, ci hanno pensato alcuni di fra i Gentili che non vogliono usare la legge in modo legittimo.

* Noi tutti eravamo sotto la maledizione della legge prima di conoscere Dio, ma ora in Cristo siamo stati liberati dalla maledizione della legge. Perchè eravamo sotto maledizione? Perchè Dio disse: “Maledetto chiunque non persevera in tutte le cose scritte nel libro della legge per metterle in pratica” (Gal. 3:10; Deut. 27:26), e noi eravamo tra quelli che non avevano messo in pratica tutti i comandamenti della legge, ivi compreso quello sulla decima. Ma noi ora non siamo più tra coloro che si basano sulle opere della legge per essere giustificati (quindi non siamo più sotto maledizione), ma tra coloro che credono di essere stati giustificati per la grazia di Dio (quindi siamo benedetti col credente Abramo) e che saremo salvati dall’ira a venire sempre mediante la grazia di Dio e non mediante le opere della legge. Noi ricadremmo sotto la maledizione della legge se cercassimo di essere giustificati per la legge, perchè ritorneremmo a basarci sulle opere della legge. Ma certamente non possiamo dire che un credente sarà colpito di maledizione se, per un qualsiasi motivo, da meno della decima delle sue entrate; e questo perchè noi non siamo più sotto la legge ma sotto la grazia.

* Paolo ha detto: “Se qualcuno non ama il Signore, sia anatema [maledetto]” (1 Cor. 16:22), e non: ‘Se qualcuno non paga la decima sia anatema’; e noi sappiamo che coloro che non amano il Signore sono coloro che non osservano le parole di Cristo, perchè Gesù ha detto: “Chi non mi ama non osserva le mie parole” (Giov. 14:24), e non i credenti che non osservano la legge di Mosè

* Paolo ha detto: “Se alcuno vi annunzia un Vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anatema” (Gal. 1:9); quindi noi sappiamo che anche coloro che annunziano un Vangelo diverso da quello che abbiamo ricevuto dagli apostoli sono maledetti.

Noi sappiamo chi sono coloro che sono maledetti da Dio e siccome che tra costoro non ci sono coloro che non pagano la decima non ci si deve mettere a spaventare e ad angariare i credenti con le parole di Malachia.

Una parola d’esortazione diretta a coloro che insegnano la decima

Dopo avervi esposto che non è giusto imporre la decima ai credenti, spero che siate persuasi dell’inopportunità di proseguire ad imporla. Nel caso non lo foste ancora vi ricordo questo. Ognuno di voi impone la decima per diverse ragioni; a coloro che lo fanno per mancanza di conoscenza dico di investigare le Scritture accuratamente e non superficialmente, al fine di rimanere persuasi dalle Scritture stesse. Io stesso sono stato persuaso dalle Scritture sull’inopportunità di imporre la decima sotto la grazia, quindi siccome che sono convinto che il Signore apre tutt’ora la mente dei suoi per intendere le Scritture sono sicuro che vi farà intendere anche a voi quello che molti hanno già inteso, a condizione però che disponiate il cuore vostro alla ricerca della verità attorno a questo soggetto.

A quelli che impongono la decima per paura di non vedere alla fine del mese ‘quadrare il bilancio’ della chiesa, dico questo: Questa vostra paura non giustifica affatto quello che voi fate. Avete paura che i credenti diano meno della decima? Non temete: abbiate fede in Dio perchè lui farà arrivare lo stesso il denaro di cui c’è bisogno per pagare l’affitto del locale di culto e per adempiere ogni opera buona senza che voi facciate leva su questo precetto della legge. Se voi imparaste a non angariare i credenti con il precetto della legge sulla decima, comincereste a vedere che alcuni credenti darebbero molto più di quello che danno e voi vi rendereste conto della debolezza di questo ordine sulla decima. E poi questa paura che avete è indice di poca fiducia in Dio. Gesù, sulla terra, non impose la decima a nessuno (ricordatevi che le decime i Giudei le dovevano portare secondo la legge nel tempio ai Leviti) perchè se lui avesse richiesto le decime dal popolo lui avrebbe trasgredito la legge, perchè secondo la legge erano i Leviti che dovevano riscuotere le decime e lui non era un Levita; eppure non gli mancò mai nulla; non credete che Dio possa supplire anche ai vostri bisogni personali e familiari senza che facciate leva sulla decima?

A quelli che invece impongono la decima perchè rapaci ed amanti del danaro dico: Ravvedetevi delle vostre malvagità. Dio è colui che scruta i cuori e le reni, di lui non vi potete fare beffe. Potete ingannare le anime semplici che hanno poco discernimento, ma non certamente Dio che vi renderà secondo le vostre opere malvage se persistete ad opprimere i santi del Signore con le parole di Malachia circa la decima. Siete come i Farisei al tempo di Gesù, i quali sedevano sulla cattedra di Mosè; essi insegnavano a pagare la decima (loro però lo facevano legittimamente) e loro stessi la pagavano, però amavano il denaro, infatti è scritto che “i Farisei, che amavano il denaro, udivano tutte queste cose e si facevano beffe di lui [di Gesù]” (Luca 16:14); ma Gesù li riprese severamente a motivo delle loro opere malvage. Pagavano la decima sulla menta, sulla ruta e sul comino, ma trascuravano l’amore di Dio, la fede, e la giustizia; le stesse cose che trascurate anche voi perchè siete cupidi di disonesto guadagno. Ma non solo; siete anche pieni di quella ‘mania di grandezza’ che riempie il cuore di alcuni che predicano l’Evangelo. Anche voi siete alla ricerca del ‘potere temporale’, anche voi volete costruirvi le vostre splendide cattedrali, anche voi volete apparire dei grandi uomini di Dio agli occhi dei più. Sapete come fare; vi siete messi ad agire nella stessa maniera in cui hanno fatto, prima di voi, quelli che hanno cercato il loro interesse nell’opera del Signore. Di umiltà non volete neppure sentire parlare, per voi Gesù è stato un uomo che ha perso l’occasione di diventare in Israele una persona rispettata come voi e ricca come voi; vi sbagliate grandemente. Siete voi che state perdendo l’occasione di diventare ricchi e grandi agli occhi di Dio. Siete miseri spiritualmente; non vi lasciate trarre in inganno dalle lusinghe dei vostri seguaci, agli occhi dei quali siete grandi, perchè la realtà è tragica. Voi avete preferito le grandi entrate senza equità al poco col timore di Dio; e perchè è avvenuto questo? Perchè non siete disposti ad umiliarvi davanti a Dio e a rinunciare all’astuzia e alle cose nascoste e vergognose. Dio sta ancora pazientando con voi, non sprezzate nè la sua pazienza e neppure la sua longanimità, altrimenti sarete puniti da lui come meritate.

Una parola d’esortazione finale

Ho voluto dimostrare che imporre la decima ai santi sotto la grazia non è legittimo; l’ho voluto fare perchè so che l’imposizione della decima fa nascere (è inevitabile questo) delle discussioni in seno alla fratellanza e questo non perchè i fratelli non vogliono dare, ma perchè ritengono fastidioso e opprimente che alcuni pastori stabiliscono in questa maniera di togliergli una parte precisa delle loro entrate. Alcuni tra costoro arrivano al punto di andare a controllare la busta paga dei credenti per vedere se hanno dato veramente la decima parte del loro salario; questo è vergognoso e scandaloso! Ora, voglio terminare di scrivere su questo soggetto, esortandovi a dare, come hanno fatto prima di me Gesù, e poi gli apostoli.

Fratelli, è vero che non vi deve essere imposta la decima, ma è altresì vero che vi dovete guardare da ogni avarizia. Giovanni ha detto: “Noi abbiamo conosciuto l’amore da questo: che Egli ha data la sua vita per noi; noi pure dobbiamo dare la nostra vita per i fratelli” (1 Giov. 3:16); queste parole stanno a dimostrare che a noi è comandato di dare tutto per i fratelli; sì, la nostra vita, come Gesù diede la sua per dei malfattori quali eravamo noi. Quanto ha dato Gesù per noi? Quanto ha offerto Gesù di quello che possedeva per l’opera di Dio? La risposta è: Tutto! Che si può dire dinnanzi all’esempio che ci ha lasciato Gesù? Solo che esso è perfetto, completo; non ci resta che imitare il Maestro, Colui che a giusta ragione noi chiamiamo Signore. In che maniera? Facendo come faceva Paolo per i santi. Egli disse ai Corinzi: “E io molto volentieri spenderò e sarò speso per le anime vostre” (2 Cor. 12:15). Spendiamo la nostra vita per la buona causa del Vangelo; impieghiamo quello che abbiamo nell’opera del Signore; facciamo parte ai bisognosi dei nostri beni materiali; ricordatevi di quelli che vi ammaestrano nella Parola per fare loro parte di tutti i vostri beni affinchè nulla manchi loro perchè essi ne sono degni.

L’apostolo Paolo, dopo avere detto: “Dia ciascuno secondo che ha deliberato in cuore suo; non di mala voglia, nè per forza perchè Iddio ama un donatore allegro” (2 Cor. 9:7), ha detto: “E Dio è potente da fare abbondare su di voi ogni grazia, affinchè, avendo sempre in ogni cosa tutto quel che v’è necessario, abbondiate in ogni opera buona” (2 Cor. 9:8,9); noi crediamo in queste parole; le abbiamo sperimentate e le continueremo a sperimentare se continueremo a dare allegramente.

Infine, ricordatevi che ciascuno di noi mieterà quello che semina e che alla raccolta nessuno di noi potrà incolpare Dio di fargli mietere meno di quello che sta seminando, perchè Dio è giusto e non commette ingiustizie.

Benedetto sia l’Iddio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo per la sua eccelsa giustizia. Amen

Giacinto Butindaro

Tratto da : http://lanuovavia.org/giacintobutindaro/2010/12/20/non-e-giusto-sotto-la-grazia-ordinare-o-insegnare-ai-santi-il-pagamento-della-decima/

 

Confutazione della dottrina ‘Le lingue più interpretazione corrispondono alla profezia’

Introduzione

Questa dottrina è insegnata quasi in tutte le chiese pentecostali sia in Italia che all’estero. Le ADI per esempio la insegnano, come pure la insegnano le Chiese ‘La Parola della Grazia’.

ADI. Myer Pearlman, nel suo libro Le Dottrine della Bibbia, ha affermato: ‘Le lingue più interpretazione corrispondono alla profezia’. (Myer Pearlman, Le dottrine della Bibbia, ADI-Media, terza ediz. Roma 1988, pag. 258) Su questa linea si è espresso anche Donald Gee, che era un pastore delle Assemblee di Dio britanniche, nel suo libro I doni dello Spirito Santo: ‘E’ chiaramente affermato dalla Parola che, quando i doni complementari delle lingue e dell’interpretazione delle lingue venivano esercitati nel giusto ordine in seno alla chiesa, equivalevano al dono di profezia (…); perciò, poiché le cose stanno così, è generalmente ammesso che questi due doni costituiscono uno dei tanti metodi con i quali lo Spirito Santo può fare udire la Sua voce nella Chiesa’. (Donald Gee, I doni dello Spirito Santo, Roma 1988, ADI-Media, pag. 71-72) Citiamo infine un passo tratto da Il Battesimo nello Spirito Santo; ‘Occorre a questo punto fare una distinzione tra il parlare in lingue, come segno del battesimo nello Spirito Santo e prezioso mezzo per il credente battezzato per adorare Dio nell’intimità, e fra quello che può chiamarsi in modo particolare il dono o carisma delle lingue, cioè la possibilità di trasmettere in una lingua diversa dall’usuale sotto la guida dello Spirito Santo, un messaggio di avvertimento, di esortazione, di consolazione, destinato alla comunità e che sarà interpretato da coloro che esercitano un altro carisma chiamato dono di interpretazione’. (AA. VV., Il Battesimo nello Spirito Santo, Roma 1987, ADI-Media, pag. 32).

Chiese ‘La Parola della Grazia’. Lirio Porrello, pastore della chiesa di Palermo, durante un insegnamento sul dono dell’interpretazione delle lingue, ha affermato: ‘Che cos’è il dono d’interpretazione delle lingue? …. Una manifestazione dello Spirito Santo per mezzo della quale una persona viene ispirata a spiegare il significato di un messaggio che viene dalla diversità di lingue …. Lo scopo dell’interpretazione è lo stesso della profezia perché diversità delle lingue più interpretazione è uguale a profezia. Scopo è quello di edificare, esortare e consolare’.

Coloro che la insegnano si appoggiano su queste parole dell’apostolo Paolo: “Or io ben vorrei che tutti parlaste in altre lingue; ma molto più che profetaste; chi profetizza è superiore a chi parla in altre lingue, a meno ch’egli interpreti, affinché la chiesa ne riceva edificazione” (1 Corinzi 14:5), e: “Egli è scritto nella legge: Io parlerò a questo popolo per mezzo di gente d’al tra lingua, e per mezzo di labbra straniere; e neppure così mi ascolteranno, dice il Signore” (1 Corinzi 14:21). In sostanza essi dicono: ‘Chi parla in altra lingua quando la Chiesa è radunata parla agli uomini e perciò l’interpretazione corrisponde ad un parlare rivolto agli uomini cioè ad una profe zia’. Ma stanno le cose veramente così come essi dicono? E’ questo il significato delle suddette parole di Paolo ai Corinzi?
La risposta è no, e adesso lo dimostrerò mediante le Scritture.

Confutazione


Il parlare in altre lingue è diretto a Dio

L’apostolo Paolo ai Corinzi dice: “Procacciate la carità, non lasciando però di ricercare i doni spirituali, e principalmente il dono di profezia”; con queste parole l’apostolo esorta i santi a procacciare in primo luogo l’amore, ma senza trascurare di desiderare i doni spirituali perché anche quello di ricercare i doni spirituali è un ordine di Dio secondo che aveva lui stesso detto innanzi: “Ma desiderate ardentemente i doni maggiori” (1 Corinzi 12:31). Ma l’apostolo Paolo specifica che bisogna desiderare principalmente un dono in particolare, che è quello di profezia; lui dice infatti “principalmente il dono di profezia”, non ‘esclusivamente il dono di profezia’ perché di doni spirituali da desiderare ce ne sono altri che sono altresì utili per l’edificazione della Chiesa. A questo punto viene da domandarsi: ‘Ma perché Paolo, che era un ministro di Dio che poteva dire di parlare in altre lingue più di tutti i Corinzi, ha detto di ricer care “principalmente il dono di profezia”? Perché ha dato la priorità al dono di profezia? La ragione lui la spiega subito dopo quando dice: “Perché chi parla in altra lingua non parla agli uomini, ma a Dio; poiché nessuno l’intende, ma in ispirito proferisce misteri. Chi profetizza, invece, parla agli uomini un linguaggio di edificazione, di esortazione e di conso lazione. Chi parla in altra lingua edifica se stesso; ma chi profetizza edifica la chiesa” (1 Corinzi 14:2-4).
Come potete vedere, Paolo con queste parole comincia a spiegare perché si deve desiderare principalmente il dono di profezia e perché il dono di profezia è superiore al dono delle lingue; egli dice che è perché:
– Chi profetizza parla agli uomini, mentre chi parla in altra lingua parla a Dio e in ispirito proferisce misteri;
– Chi profetizza edifica la chiesa, mentre chi parla in altra lingua edifica se stesso.

Ma io voglio ora soffermarmi sull’espressione di Paolo secondo la quale chi parla in altra lingua non parla agli uomini ma parla a Dio.
Ora, se Paolo ha detto che chi parla in altra lingua non parla agli uomini ma a Dio vuole dire che il parlare in altra lingua è diretto a Dio. Ma che cosa dice a Dio chi parla in altra lingua? Paolo dice che in ispirito proferisce misteri.
Vediamo ora delle ulteriori prove scritturali secondo le quali il parlare in altra lingua è un parlare rivolto a Dio e non agli uomini:
– Paolo più avanti dice: “Se prego in altra lingua, ben prega lo spirito mio, ma la mia intelligenza rimane infruttuosa. Che dunque? Io pregherò con lo spirito, ma pregherò anche con l’in telligenza” (1 Corinzi 14:14-15);
Come si può vedere molto bene, qui Paolo parla di pregare in altra lingua (o pregare con lo spirito) e siccome sappiamo che la preghiera è diretta a Dio e non agli uomini, questo conferma che il parlare in altra lingua è diretto a Dio. Per ciò che riguarda il pregare con lo spirito che è menzionato da Paolo anche agli Efesini quando dice: “Orando in ogni tempo, per lo Spirito, con ogni sorta di preghiere e di supplicazioni” (Efesini 6:18), e da Giuda nella sua epistola quando dice: “Ma voi, diletti, edificando voi stessi sulla vostra santissima fede, pregando mediante lo Spirito Santo, conservatevi nell’amore di Dio” (Giuda 20-21), vi ricordo che esso si riferisce all’intercessione che lo Spirito di Dio compie per i santi secondo che è scritto ai Romani: “Parimen te ancora, lo Spirito sovviene alla nostra debolezza; perché noi non sappiamo pregare come si conviene; ma lo Spirito intercede egli stesso per noi con sospiri ineffabili; e Colui che investiga i cuori conosce quale sia il sentimento dello Spirito, perché esso intercede per i santi secondo Iddio” (Romani 8:26-27). Quindi chi prega in altra lingua chiede a Dio mediante lo Spirito, di fare determina te cose in favore nostro e dei santi sulla faccia della terra. E’ chiaro che siccome che l’intercessione la compie (in altra lin gua) lo Spirito di Dio che conosce a fondo tutti i bisogni nostri (anche quelli che ignoriamo) e di tutti gli altri figliuoli di Dio, le cose che Egli domanda a Dio costituiscono dei misteri per noi, cioè delle cose occulte. Faccio un esempio: se lo Spirito di Dio sta intercedendo per dei fratelli da noi non conosciuti che si trovano in Africa in un particolare urgente bisogno, noi non sapremo mai che lo Spirito stava in quel momento facendo quella particolare intercessione; a meno che ci sia chi interpreti per lo Spirito quella intercessione dello Spirito Santo. In questo caso naturalmente i misteri verranno a conoscenza dei fratelli mediante appunto l’interpretazione del parlare in altra lingua.
– Paolo dice: “Salmeggerò con lo spirito, ma salmeggerò anche con l’intelligenza” (1 Corinzi 14:15); questo salmeggiare si riferisce al cantare a Dio dei cantici spirituali mediante lo Spirito. E’ implicito anche qui il fatto che esso si riferisce ad un parlare diretto a Dio e non agli uomini.
– Paolo dice pure: “Altrimenti, se tu benedici Iddio soltanto con lo spirito, come potrà colui che occupa il posto del semplice uditore dire ‘Amen’ al tuo rendimento di grazie, poiché non sa quel che tu dici? Quanto a te, certo, tu fai un bel ringraziamen to; ma l’altro non è edificato” (1 Corinzi 14:16-17); notate sia l’espressione “se tu benedici Iddio soltanto con lo spirito”, e sia quella “tu fai un bel ringraziamento” perchè esse confermano che chi parla in altra lingua non parla agli uomini ma a Dio perché benedice Dio e lo ringrazia.

Il parlare in altre lingue a Pentecoste, a casa di Cornelio e ad Efeso

Vediamo ora di esaminare i casi che sono narrati nel libro degli atti degli aposto li in cui dei credenti parlarono in altre lingue, per vedere se vi è un qualche riferimento che possa conferma re che il loro parlare in altre lingue era rivolto agli uomini e non a Dio.
– Il giorno della Pentecoste a Gerusalemme avvenne questo: “E tutti furono ripieni dello Spirito Santo, e cominciarono a parlare in altre lingue, secondo che lo Spirito dava loro d’esprimersi. Or in Gerusalemme si trovavano di soggiorno dei Giudei, uomini religio si d’ogni nazione di sotto il cielo. Ed essendosi fatto quel suono, la moltitudine si radunò e fu confusa, perché ciascuno li udiva parlare nel suo proprio linguaggio. E tutti stupivano e si meravigliavano, dicendo: Ecco, tutti costoro che parlano non sono eglino Galilei? E com’è che li udiamo parlare ciascuno nel nostro proprio natio linguaggio? Noi Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia Cirenaica, e avventizi Romani, tanto Giudei che proseliti, Cretesi ed Arabi, li udiamo parlare delle cose grandi di Dio nelle nostre lingue” (Atti 2:4-11). In questa narrazione fatta da Luca su quello che avvenne il giorno della Pentecoste a Gerusalemme quando lo Spirito scese sui discepoli non c’è il minimo accenno ad un parlare rivolto agli uomini, e non c’è neppure un passo su cui ci si può appoggiare per stabilire che il loro parlare era rivolto agli uomini. Anzi dobbiamo dire che quei Giudei di quelle nazioni straniere quando li sentirono parlare nelle loro lingue non fecero per nulla riferimento ad un parlare rivolto direttamente a loro ma piutto sto ad un parlare delle cose grandi di Dio che è un’altra cosa. Ora, io vi domando: ‘Ma Dio non avrebbe potuto parlare per lo Spirito suo per bocca di quei credenti ai Giudei stranieri che li ascoltavano dicendo loro nelle loro lingue che essi non erano ubriachi ma quello era l’adempimento della profezia di Gioele, e che Gesù era stato messo in croce e risorto ed assunto in cielo? Cioè, non avrebbe potuto far sì che lo Spirito predicasse loro il Vangelo in altra lingua? Certo che avrebbe potuto, ma noi sappiamo che non lo fece, perché fu Pietro a dire loro queste cose nella lingua ebraica (e non in altre lingue) quando si levò assieme agli undici. Notate infatti, a conferma di ciò, che quei Giudei furono compun ti nel cuore nel sentire la predicazione di Pietro e non nel sentire il parlare in lingue di quei Galilei. Nel caso del parla re in lingue essi rimasero stupiti ma non compunti nel cuore.
– A casa di Cornelio, mentre Pietro predicava la Parola a Corne lio ed a coloro che erano lì con lui avvenne che “lo Spirito Santo cadde su tutti coloro che udivano la Parola. E tutti i credenti circoncisi che erano venuti con Pietro, rimasero stupiti che il dono dello Spirito Santo fosse sparso anche sui Gentili; poiché li udivano parlare in altre lingue, e magnificare Iddio” (Atti 10:44-46). Anche in questo caso non si può dire che il parlare in lingue era rivolto agli uomini, perché non c’è il benché minimo accenno a ciò.
– Ad Efeso, quando lo Spirito Santo scese su quei circa dodici discepoli è scritto che “parlavano in altre lingue, e profetizza vano” (Atti 19:6). Notate come il profetizzare è citato separatamente dal parlare in altre lingue appunto perché chi parla in altra lingua non sta profetizzando, cioè non sta parlando agli uomini un linguaggio di edificazione, di esortazione e di conso lazione, ma parla a Dio. Badate che non c’è scritto che essi parlavano in altre lingue e interpretavano, ma che parlavano sia in altre lingue a Dio (in ispirito quindi proferivano misteri) e sia nella lingua loro conosciuta agli uomini un linguaggio di edifi cazione di esortazione e consolazione; tutto questo dunque esclude che quei credenti ‘profetizzavano interpretando’, o che ‘profetizza vano in lingue’. Sarebbe veramente un controsenso dire di profe tizzare interpretando un parlare rivolto a Dio in una lingua straniera. Sarebbe come dire una cosa per un altra; come se un fratello chiamato a tradurre un predicatore straniero quando questi prega Dio di fare intendere la sua Parola agli uditori dicesse che ha detto: ‘Non temete, perché il Signore Iddio vostro è con voi in mezzo alle vostre avversità”! Giudicate da voi stessi fratelli. Eppure questo è quello che avviene in seno a molte Chiese!

Spiegazione dei passi presi per sostenere che chi parla in altra lingua parla agli uomini

Veniamo ora alle parole di Paolo: “A meno che egli interpreti, affinché la chiesa ne riceva edificazione” (1 Corinzi 14:5), perché su di esse si appoggiano coloro che sostengono che chi parla in altra lingua parla agli uomini, cioè profetizza.

Ma prendiamole in tutto il loro contesto; Paolo dice: “Or io ben vorrei che tutti parlaste in altre lingue; ma molto più che profetaste; chi profetizza è superiore a chi parla in altre lingue, a meno che egli interpreti, affinché la chiesa ne riceva edificazione” (1 Corinzi 14:5); e questo perché lui avrebbe voluto che tutti i Corinzi avessero il dono delle lingue pur sapendo che non tutti hanno questo dono (secondo che è scritto: “Parlano tutti in altre lingue?” – 1 Corinzi 12:30). Ma lui avrebbe voluto molto più che tutti i Corinzi profetassero perché mentre chi parla in altra lingua (se non viene interpretato) è di edificazione solo a se stesso, chi profetizza (dato che parla direttamente agli uomini un linguaggio di edificazione, di esortazione e di consolazione) edifica la chiesa. Ma con questo Paolo non ha detto che il parlare in altra lingua non può contribuire ad edificare la Chiesa, perché esso edifica la Chiesa quando viene interpretato nella lingua compren sibile a tutti. Perché risulta di edificazione alla chiesa il parlare in altra lingua con la relativa interpretazione? Perchè in questo caso il parlare in altra lingua non è un parlare in aria, che non essendo compreso non può essere di nessuna edifica zione a chi l’ascolta; perchè l’interpretazione lo rende compren sibile a tutti. Detto in altre parole; gli uditori, comprendendo le cose che lo Spirito ha domandato a Dio per Tizio o Caio, comprendendo il rendimento di grazie fatto a Dio mediante lo Spirito, comprendendo le parole del cantico spirituale rivolto a Dio dal fratello in altre lingue, vengono resi partecipi della conoscenza di questi misteri e possono così dire ‘Amen’, cioè, ‘così sia’, appunto perché hanno compreso il significato delle parole. E difatti questo è quello che è successo molte volte in molte chiese per il mondo intero; dei fratelli hanno pregato, reso grazie a Dio e cantato a Dio in altre lingue e mediante l’interpretazione la Chiesa è stata edificata. L’errore che fanno alcuni (l’ho fatto pure io inizialmente dopo che mi sono convertito) è quello di pensare che il parlare in altra lingua per essere di edificazione alla Chiesa deve essere per forza di cose un parlare rivolto direttamente alla chiesa, vale a dire una profezia. Ma non è così, perché lo ripeto, noi siamo edificati nel sentire l’interpretazione di un canto, di un rendimento di grazie o di una preghiera fatta in altra lingua nella stessa maniera in cui siamo edificati mediante una profezia perché veniamo a conoscenza di parole che lo Spirito Santo rivol ge per bocca dei mortali a Dio. Ma ditemi: ‘Non sareste edificati nel sentire un’interpretazione di una preghiera fatta mediante lo Spirito mediante la quale qualcuno prega Dio di soccorrere in quel momento in una particolare distretta un certo fratello che voi conoscete che si trova in un paese lontano?’ E non sareste edificati poi nell’incontrare quel fratello nel sentirgli dire che in quel giorno e in quell’ora in cui lo Spirito pregò per lui a distanza di migliaia di chilometri egli aveva urgente bisogno di quella liberazione divina che poi si è compiuta?
E poi che dire se qualcuno intonasse un cantico per lo Spirito e voi mediante l’interpretazione veniste a conoscenza delle parole cantate a Dio? Non sareste voi edificati?
Questa è la ragione per cui non si può dare a quelle parole di Paolo l’interpretazione di costoro, perché il parlare in altra lingua a Dio interpretato è di edificazione alla Chiesa come lo è la profezia; ma innanzi tutto perché questa interpretazione contrasta le parole iniziali di Paolo: “Chi parla in altra lingua non parla agli uomini, ma a Dio” (1 Corinzi 14:2).
Se poi ci vengono a dire che chi parla in altra lingua quando la chiesa è radunata, non parla a Dio ma agli uomini e perciò anche l’interpretazione è un parlare agli uomini, mentre chi parla in altra lingua in privato parla a Dio e non agli uomini, allora noi rispondiamo che questa è un affermazione presuntuosa che non ha fondamento nella Scrittura perché Paolo non ha fatto per niente distinzione tra il parlare in altra lingua privato e quello pubblico, ma ha detto solo che chi parla in altra lingua non parla agli uomini ma a Dio. E inoltre facciamo notare che più avanti Paolo dice: “Altrimenti, se tu benedici Iddio soltanto con lo spirito, come potrà colui che occupa il posto del semplice uditore dire ‘Amen’ al tuo rendimento di grazie?” (1 Corinzi 14:16), facendo riferimento a un parlare in altra lingua fatto in presenza di uditori e non a un parlare in altra lingua fatto nella propria stanzetta da soli. E poi costoro leggano attentamente anche le altre parole di Paolo e si renderanno conto che ai Corinzi l’apostolo parlò del parlare in altre lingue fatto in pubblico quando la Chiesa si raduna.
– Per quanto riguarda invece il passo: “Io parlerò a questo popolo per mezzo di gente d’altra lingua, e per mezzo di labbra straniere; e neppure così mi ascolteranno, dice il Signore” (1 Corinzi 14:21), bisogna dire che con queste parole Paolo ha inteso dire che il Signore avrebbe parlato al suo popolo d’Israele mediante il segno delle lingue, ma non che avrebbe fatto parlare direttamente agli Ebrei mediante il dono delle lingue, appunto perché il parlare in altre lingue è rivolto a Dio e non agli uomini.
Ricordatevi di quello che avvenne il giorno della Pentecoste. Non è forse vero che Dio parlò ai Giudei stranieri mediante dei Galilei? Non è forse vero che Dio fece meravigliare quei Giudei stranieri mediante quel segno del parlare in lingue quantunque il parlare in altre lingue non era rivolto direttamente a loro? Certo che è così, infatti le lingue, dice Paolo, “servono di segno non per i credenti, ma per i non credenti” (1 Corinzi 14:22). Vedete? Dio mediante le lingue parlò ai Giudei radunatisi in quel giorno perché li fece meravigliare e stupire.
I segni parlano da loro stessi, ricordatevelo questo; non importa di che tipo essi siano, essi testimoniano della grandezza di Dio ma anche della presenza di Dio. A conferma di ciò vi sono le seguenti parole che Gesù disse ai Giudei: “Ma io ho una testimo nianza maggiore di quella di Giovanni; perché le opere che il Padre mi ha dato a compiere, quelle opere stesse che io fo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato” (Giovanni 5:36); e queste altre che Dio disse a Mosè quando lo mandò in Egitto con il potere di mutare il bastone in serpente e di colpire la sua mano di lebbra: “Se non ti crederanno e non daranno ascolto alla voce del primo segno, crederanno alla voce del secondo segno…” (Esodo 4:8). Notate le espressioni “alla voce del primo segno”, “alla voce del secondo segno” perché esse confermano che i segni di Dio parlano. Quindi dato che anche quello delle lingue è uno dei segni di Dio per gli increduli, noi concludiamo che Dio parla agli increduli mediante le lingue, (ben inteso, mediante il segno delle lingue e non mediante i cosiddetti ‘messaggi in lingue’). E questo è esattamente quello che è avvenuto varie volte, perché ci sono stati degli Ebrei che Dio ha fatto meravigliare e stupire facendogli sentire dei Gentili cantare e pregare in lingua ebraica, e alcuni di loro sono stati tratti all’ubbi dienza della fede dopo essere stati testimoni di quel segno portentoso, vale a dire dopo avere sentito dei Gentili pregare o cantare in lingua ebraica senza che questi conoscessero la lingua ebraica.
– Coloro che sostengono che il parlare in altra lingua è rivol to agli uomini si appoggiano anche a queste altre parole di Paolo: “Infatti, fratelli, s’io venissi a voi parlando in altre lingue, che vi gioverei se la mia parola non vi recasse qualche rivela zione, o qualche conoscenza, o qualche profezia, o qualche inse gnamento?” (1 Corinzi 14:6); ma esaminando accuratamente anche queste parole ci si accorge che esse non significano che mediante il parlare in altre lingue viene data una profezia, o una rivelazione o qualche conoscenza o qualche insegnamento perché poco dopo Paolo enumera ancora la rivelazione e l’insegnamento ma lo fa separatamente dal parlare in altra lingua e dall’interpretazione, infatti dice: “Che dunque, fratelli? Quando vi radunate, avendo ciascuno di voi un salmo, o un insegnamento, o una rivelazione, o un parlare in altra lingua, o una interpretazione, facciasi ogni cosa per l’edificazione” (1 Corinzi 14:26). Quindi, come l’insegnamento e la rivelazione sono cose separate e distinte dal parlare in lingue e dall’interpre­tazione così lo è anche la profezia menzionata. Paolo fece quella domanda ai Corinzi per fargli capire che se lui che parlava in lingue più di tutti loro fosse andato da loro e avesse sempre e solo parlato in altre lingue (senza che vi fosse interpretazione) la sua parola non gli avrebbe giovato a nulla perché non gli avrebbe conferito nessuna rivelazione, nessun insegnamento, nessuna conoscenza e nessuna profezia; e non che se lui avesse parlato in lingue senza che vi fosse chi interpretasse i credenti non sarebbero stati edificati perché la profezia o la rivelazione o l’insegnamento o la conoscenza che c’erano nel parlare in altre lingue non avrebbero potuto essere resi intelligibili perché in tale caso si sarebbe contraddetto.
A questo punto è inevitabile che molti facciano la seguente domanda: ‘E allora che dire di tutte quelle esperienze dove ‘l’interpretazione’ data dopo il parlare in altre lingue è risul tata una vera profezia perché quel parlare è servito di segno a dei credenti presenti nella riunione?’ Cominciamo col dire che non si possono prendere le esperienze per fare una dottrina, e che anche le esperienze per essere accettate devono essere in armonia con la Scrittura. Se noi dovessimo basarci sulle esperienze altrui o sul modo di fare di alcuni che ritengono di essere spirituali di certo ci corromperemmo; non voglio enumerare le così tante esperienze di molti che predicano l’Evangelo di cui molti hanno fatto una dottrina perché sarebbero troppe. Mi limiterò a dire che ci sono famosi predicatori che quando devono pregare sugli infermi non impongono loro le mani come la Scrittura insegna ma gli danno schiaffi e pugni, e persino li buttano a terra spingendoli; e tutto ciò viene fatto passare come ‘manifestazione della potenza di Dio’, e come agire in armonia con le vie di Dio! Perché? Perché alcuni affermano che ci sono i risultati, infatti gli ammalati colpiti da questi colpi e buttati a terra sono stati guariti dalla potenza di Dio! Ma la Scrittura insegna che l’imposizione delle mani è una dottrina, ma non che il dare pugni e schiaffi e lo spingere le persone per farle cadere all’indietro siano delle dottrine. Allora che fare mo? Ci metteremo a colpire gli infermi e a non imporre più su loro le mani perché quel tal famoso predicatore ha affermato che dopo avere colpito l’ammalato ‘nel nome di Gesù’ l’ammalato è stato guarito. Io ritengo che queste persone che fanno codeste cose non sono da imitare perché violente e manesche. Se poi alcuno ritiene che le esperienze di costoro costituiscono dottrina allora sappia quel tale che questa dottrina non si fonda sulla Scrittura.
Ma veniamo specificatamente al parlare in altra lingua: è bene ricordare che nei primi anni del risveglio pentecostale che ci fu in America era opinione diffusa che il dono delle lingue fosse dato da Dio per andare a predicare l’Evangelo agli stranieri, e difatti non furono pochi coloro che dopo avere ricevuto lo Spirito Santo partirono per l’estero credendo che mediante le lingue ricevute avrebbero predicato l’Evangelo agli stranieri del posto dove andavano, senza così bisogno di studiare la lingua del posto!!! Questa dottrina inizialmente fu accettata da molti, ma poi piano piano fu abbandonata perché si manifestò come falsa. E badate che anche questa dottrina inizialmente aveva delle esperienze su cui si appoggiavano i suoi sostenitori. Dico questo per dimostrare ancora una volta che noi non possiamo accettare un certo modo di ragionare sulle cose di Dio solo in virtù di alcune testimonianze riferite da alcuni; “La tua parola è una lampada al mio piè ed una luce sul mio sentiero” (Salmo 119:105) dice il Salmista, perciò dobbiamo avere come punto di riferimento la Parola di Dio e non le espe rienze degli uomini.
Noi riteniamo che il fatto che talvolta delle cosiddette ‘inter pretazioni’ siano risultate delle vere profezie non è dovuto al fatto che esse erano le interpretazioni fedeli del parlare in lingue, ma che esse erano delle vere profezie e non l’interpreta zione data al parlare in lingue. Sono state credute e fatte passare però agli occhi dei molti come delle interpretazioni; mentre non erano altro che delle profezie proferite per lo Spiri to poco dopo che uno aveva terminato di parlare in altra lingua.
Quindi la conclusione a cui si giunge, dopo avere esaminato tutte queste Scritture, è che le lingue più l’interpretazione non fanno la profezia come molti sostengono, perchè il parlare in altra lingua è diretto a Dio e quindi, di conseguenza, anche l’inter pretazione è un parlare diretto a Dio. Se fosse come dicono costoro, non si spiegherebbe la ragione per cui lo Spirito Santo prima parla alla chiesa in una lingua straniera tramite un cre dente, e poi dà l’interpretazione del messaggio nella lingua conosciuta ai credenti, quando Dio, per parlare ai credenti si usa del dono della profezia. Se la profezia “serve di segno non per i non credenti, ma per i credenti” (1 Corinzi 14:22), come dice Paolo: che bisogno c’è di parlare alla Chiesa prima in altre lingue e poi di interpretare? Non è un controsenso? Perché mai ci dovrebbe essere prima un parlare in lingue alla chiesa e poi l’interpretazione del messaggio quando Dio per parlare direttamente alla Chiesa ha stabilito la profezia che viene proferita dallo Spirito senza l’ausilio del parlare in lingue? Ma poi che dire del fatto che se manca chi ha il dono dell’interpretazione delle lingue, verrà fatto credere ai credenti che Dio ha parlato alla chiesa in lingua straniera ma il messaggio è andato a vuoto per mancanza d’interpretazione? Ma allora, questo significherebbe che lo Spirito Santo parla alla chiesa in lingue straniere anche quando sa che non c’è nessuno che interpreterà il parlare in lingue? Ma non è un controsenso? Ecco perchè nascono le false interpretazio ni delle lingue in assenza di chi ha veramente il dono dell’in terpretazione delle lingue; perché molti, facendo credere che chi ha parlato in altre lingue ha parlato alla chiesa, non si possono permettere di fare rimanere non interpretato ‘il messaggio in lingue dello Spirito alla chiesa’. Loro pensano che Dio ha parla to al popolo e perciò ci deve essere per forza di cose l’inter pretazione. Se invece venisse insegnato che chi parla in altra lingua parla a Dio e non agli uomini, in assenza di chi interpre ta, non nascerebbero questi pensieri nei cuori dei credenti, e di conseguenza i credenti non sarebbero spinti a dare false inter pretazioni. Perché? Perché direbbero in cuore loro: ‘Il fratello ha parlato in lingue; è vero che io non ho capito quello che ha detto, ma ben l’ha capito Dio; è vero che non c’è chi interpreta; ma rimane il fatto che egli ha parlato a Dio e non alla chiesa’.
Ma consideriamo le parole di Paolo: “Pertanto le lingue servono di segno non per i credenti, ma per i non credenti” (1 Corinzi 14:22). Non signi ficano forse che se un non credente cinese entra in un locale di culto di una chiesa italiana e sente qualcuno pregare Dio o cantare Dio nella sua lingua, anche se non ci sarà chi interpreta, lui, essendo che l’ha capito, rimarrà meravigliato nel sentire un italiano pregare Dio o cantare a Dio nella lingua cinese senza avere mai studiato la lingua cinese? Quindi anche se la fratellanza non può capire quel parlare in altra lingua in cinese, perché non c’è chi interpreta, e perciò non è edificata, pure quel parlare in altra lingua serve di segno a quel non credente. Con questo non vogliamo dire che l’interpretazione non è utile, affatto; ma solo che siccome Dio si usa del parlare in altra lingua come segno per parlare agli increduli, anche se non c’è l’interpretazione delle lingue, le lingue hanno raggiunto lo stesso lo scopo fissato da Dio. Non è accaduto forse questo il giorno della Pentecoste a Gerusalemme? Non è detto che tra i discepoli v’era chi interpretasse cosa veniva detto in altra lingua (comunque non lo possiamo escludere), ma pure, mettiamo il caso che quel giorno nessuno dei discepoli intese quello che veniva detto in altre lingue dai credenti, rimane il fatto che quei Giudei stranieri compresero bene cosa essi dicevano perché parlavano nelle loro lingue natie; ecco in che maniera quel parlare in lingue servì di segno agli increduli.
Qualcuno allora dirà: ‘Ma quando manca chi interpreta allora che frutto produce il parlare in altra lingua se non viene compreso dalla Chiesa? Il frutto lo produce perché anche se la Chiesa non rimane edificata perché non intende quello che è stato detto, pure il parlare in altra lingua è giunto al cospetto di Dio. Dio lo ha inteso, sia che esso era una preghiera o un canto o un rendimento di grazie. Certo, rimane il fatto che per la Chiesa sarà un parlare in aria; ma non per Dio che conosce tutte le lingue.
Quindi, come le lingue servono di segno ai non credenti, anche se non c’è chi interpreta, perché essi capiscono ciò che è stato detto nella loro lingua; così, la profezia, serve di segno ai credenti, perché quel parlare che mette a nudo i pensieri del loro cuore è rivolto a loro nella loro lingua.

Le falsificazioni

Non posso parlare del parlare in altre lingue e della relativa interpretazione senza fare un accenno ai falsi parlare in lingue ed alle relative false interpretazioni che taluni proferiscono in seno alle chiese. I motivi? Apparire spirituali, o fare apparire la Chiesa di cui si è membri una chiesa spirituale.
Oggi, nella maggiore parte delle chiese pentecostali bisogna dire che c’è una falsificazione del dono delle lingue e del dono dell’interpretazione che è spaventosa. Per quanto riguarda il falso parlare in lingue non è altro che un insieme di vocali e consonanti che codesti falsificatori mettono assieme per profe rirle quando la chiesa è radunata. Così facendo, agli occhi dei più essi sono considerati dei credenti spirituali perché ritenuti degli uomini pieni di Spirito Santo. Sempre in questo campo, ci sono credenti italiani che conoscendo delle lingue straniere per averle studiate a scuola o imparate nel paese straniero si metto no a pregare in quelle lingue o a ripetere qualche parola stra niera per lodare e ringraziare Iddio; e così anche loro si fanno passare come degli uomini ripieni di Spirito Santo. Come si fa a riconoscere che quel parlare in lingue o quel balbettio non è per lo Spirito Santo? Di certo c’è la maniera; perché ogni cosa falsa si può riconoscere perché è differente in qualche cosa dalla vera. Bene, una delle cose che è assente nel parlare di costoro che falsificano le lingue per fare credere di avere ricevuto lo Spirito Santo, è la potenza; e questo perché non avendo ricevuto il battesimo con lo Spirito Santo non hanno ricevuto potenza dall’alto. Poi nel loro parlare sono assenti i sospiri ineffabili di cui parla Paolo in relazione alle intercessioni fatte dallo Spirito Santo. Di certo coloro che agiscono per presunzione non fanno che ingannare loro stessi, e verrà il giorno che verranno svergognati da Dio stesso perché Dio è santo e giusto.
Ma come ho detto prima anche nel campo delle interpretazioni la falsificazione è assai diffusa. Qui si parla di una vera messa in scena; perché talvolta il falso parlatore in lingue si mette d’accordo con il falso inter prete al fine di fare apparire tutto in armonia con le Scritture, e affinché non si dica che in quella comunità non c’é chi inter preta. Quando invece chi parla ‘le sue lingue’ dà pure l’inter pretazione allora il colpevole è solo uno e non due.
E poi alcuni di questi conduttori che danno false interpretazioni alla domanda di coloro che vogliono vederci chiaro: ‘Ma come fai a interpretare?’ Rispondono che loro quando sentono parlare in lingue, in base al problema o al bisogno che esiste nella chiesa deducono quale siano lì per lì le parole adatte da rivolgere ai fratelli nel nome del Signore. Insomma per loro è una questione di deduzione e non di capacità soprannaturale la interpretazione delle lingue! E se qualcuno fa loro presente (come è successo) che non è giusto fare così, essi rispondono che l’importante è che l’interpretazione non contrasti la dottrina di Dio!!! Come potete vedere costoro hanno pure pronta la risposta da dare a quei credenti che fanno le loro lecite investigazioni. Non sono forse le loro risposte perverse una chiara prova che costoro non hanno il dono dell’interpretazione delle lingue, ma l’astuzia della volpe? E poi si mettono a insegnare sulle lingue e sull’in terpretazione sbandierando, sempre per coprire la loro malizia, le parole: “A meno che egli interpreti, affinché la chiesa ne riceva edificazione”. Ma quale edificazione può mai ricevere la Chiesa dalle false interpretazioni di costoro? E poi, se questi falsificano le interpretazioni perché mai dovremmo fidarci delle loro lingue?
Che dire? Ci si trova davanti a credenti che non temono Dio e che per vanagloria sono pronti ad ingannare loro stessi e il loro prossimo. Giudicate quello che dico fratelli.

Giacinto Butindaro

Tratto da : http://lanuovavia.org/giacintobutindaro/2010/06/22/confutazione-della-dottrina-%e2%80%98le-lingue-piu-interpretazione-corrispondono-alla-profezia%e2%80%99/

‘Uno, due, tre’ Ovvero come fare a ricevere l’interpretazione delle lingue (secondo Lirio Porrello)

Lirio Porrello, pastore della Chiesa ‘Parola della grazia’ di Palermo nel corso di una sua predicazione che verteva sul dono di interpretazione delle lingue, ad un certo punto ha detto: ‘Ora, questa mattina, noi praticheremo quello che è scritto qui, e vi insegno come fare. Allora ‘chi parla in altre lingue, preghi di potere interpretare’. Lo vogliamo praticare? Ma cosa dobbiamo fare? Parliamo tre quarti d’ora in lingue, e aspettiamo l’interpretazione? Assolutamente no. Dobbiamo fare delle brevi frasi, e ci fermiamo, aspettando l’interpretazione. E lo faremo due, tre, quattro volte, come lo Spirito Santo ci guida. Così alza le tue mani, e in questo momento ci vogliamo rivolgere al Signore, vogliamo pregare, e come ci ha insegnato la Scrittura, lo facciamo. ‘Signore, noi ti chiediamo che tu ci fai interpretare le preghiere, i canti, i ringraziamenti, tutto ciò che noi diciamo nello Spirito, parlando in altre lingue, noi ti chiediamo che nella tua grazia tu ci concedi di poter intendere e interpretare quello che noi diciamo. Ora faremo così, lo pratichiamo. Voi parlate in lingue lo stesso tempo che parlo io, dopodiché ci fermiamo tutti quanti insieme e aspettiamo che arriva l’interpretazione.

Uno, due, tre. (Parole incomprensibili). Fermi, disponiti a ricevere. Io vi posso dire quello che Dio ha detto attraverso le mie lingue. Tu devi capire quello che Dio ha detto attraverso le tue lingue. Dio ha detto: ‘Io prendo diletto nei miei figli che prendono sul serio la mia parola, e la vogliono mettere in pratica, perché questa è la via della benedizione’. Quanti avete ricevuto qualcosa? Alzate la mano. Alleluia. Incoraggiamo tutti gli altri.

Ora lo facciamo di nuovo. Faremo due, tre tentativi e questo vi servirà per farlo nella vostra vita devozionale privata. Facciamolo di nuovo di pregare in altre lingue alcuni secondi ancora. (Parole incomprensibili) Signore, dacci l’interpretazione. …. Io vi dico quello che io ho ricevuto per me, ma voi dovete ricevere quello che avete ricevuto per voi. Il Signore ha detto: ‘Io voglio che cercate la mia faccia, molti mi cercano solo quando hanno bisogno ma io voglio che cercate la mia faccia, perché nel rapporto personale con me io vi posso parlare’.

Ora, facciamo un altro tentativo. Parliamo in altre lingue, un’altra breve frase, e poi chiediamo l’interpretazione. (Parole incomprensibili) ‘Io vi ho dato i doni per potervi edificare, esortare, consolare, perché io sono un Padre e voglio esercitare questo nei vostri confronti. Se voi mi date possibilità io lo faccio’.

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Confutazione

Quello che fa e insegna Lirio Porrello è antiscritturale per le seguenti ragioni:

1 – Lo Spirito Santo non è ai nostri ordini, per cui un pastore non può dire ad un dato momento ai credenti: ‘Ora parlate in altre lingue’, quasi che egli possa dire allo Spirito Santo quando EGLI deve cominciare a far parlare in lingue. Come un pastore non può neppure dire a chi sta parlando in lingue di smettere di farlo dopo dieci, venti o trenta secondi, perché è come dire allo Spirito Santo di far smettere di far parlare in lingue. In questa maniera si contrista e contrasta lo Spirito Santo.

2 – Non si possono esortare tutti i santi a parlare in lingue contemporaneamente, in quanto Paolo afferma: “Se c’è chi parla in altra lingua, siano due o tre al più, a farlo; e l’un dopo l’altro” (1 Corinzi 14:27). Dunque, al massimo devono essere in tre a parlare in lingue, e uno dopo l’altro, non contemporaneamente. E dopo che essi hanno parlato in lingue, uno deve interpretare, secondo che è scritto: “E uno interpreti” (1 Corinzi 14:27), cioè chi ha il dono dell’interpretazione delle lingue o uno di quelli che ha questo dono. E se non v’è chi interpreti, si tacciano nella chiesa e parlino a se stessi e a Dio (1 Corinzi 14:28). Dunque, nel modo di fare di Porrello c’è una evidente violazione dei comandamenti che il Signore ha dato tramite l’apostolo Paolo.

3 – Quando Paolo dice: “Perciò, chi parla in altra lingua preghi di poter interpretare” (1 Corinzi 14:28), è evidente che non sta assolutamente incoraggiando tutti i credenti a mettersi a parlare in lingue in assemblea e poi pregare per ricevere l’interpretazione in seduta stante. Egli sta incoraggiando chi parla in lingue a ricercare nella sua vita il dono dell’interpretazione delle lingue, affinché sia in grado di interpretare sia il suo parlare in lingue che quello degli altri. Poichè, appunto perché riceverà il dono dell’interpretazione delle lingue, sarà in grado di interpretare anche le lingue degli altri, e non solo le sue. Non si possono dunque tenere delle lezioni, come fa Porrello, su come fare a ricevere le interpretazioni. Tali pratiche sono estranee alla Scrittura.

4- E’ contraddittorio, come dice Porrello, chiedere a Dio di darci l’interpretazione delle preghiere, dei ringraziamenti e dei canti innalzati a Dio per lo Spirito, e poi dopo avere parlato in altra lingua, l’interpretazione consiste in una profezia, cioè in un parlare rivolto agli uomini, ovvero in un messaggio che Dio dona alla Chiesa. E questo perché chi parla in altra lingua parla SEMPRE a Dio, anche quando la chiesa è radunata, secondo che è scritto: “Perché chi parla in altra lingua non parla agli uomini, ma a Dio; poiché nessuno l’intende, ma in ispirito proferisce misteri” (1 Corinzi 14:2). E quindi anche l’interpretazione consiste sempre in un parlare rivolto a Dio.

Fratelli nel Signore, badate a voi stessi, e rigettate questo modo di fare di Porrello, perché non fa altro che portare ulteriore confusione e illusione nella Chiesa. Le sue tecniche in questo campo sono tecniche di suggestione, che sono dannose e pericolose.

Giacinto Butindaro

Tratto da : http://lanuovavia.org/giacintobutindaro/2010/05/27/%e2%80%98uno-due-tre%e2%80%99-ovvero-come-fare-a-ricevere-l%e2%80%99interpretazione-delle-lingue-secondo-lirio-porrello/