Guardatevi dal ‘pastore’ Francesco Ravenda perchè è ‘antitrinitariano’ e ‘antipentecostale’

Francesco Ravenda, pastore o meglio ‘reverendo’ di una chiesa adenominazionale chiamata “Comunità Cristiana Bereana – Riunione dei Cristiani” e che si raduna in Via Cartisano, 47 – 89134 Reggio Calabria fraz. Pellaro è antitrinitariano e antipentecostale.

Ecco cosa scrisse circa due mesi fà in merito alla dottrina della trinità e al segno esteriore del parlare in altre lingue in un articolo intitolato ‘I pericoli della musica Rock’ :

Tratto da : http://www.amicib.org/?p=3172&cpage=1#comments

In un blog scrisse pure ad una certa Denise Cecilia S. di aver ricevuto ben due tesserini di riconoscimento nel ministerio di ‘pastore’. Da notare anche che il suo parlare non è un parlare che si addice ad un ministro dell’evangelo.

Tratto da : http://semedisalute.wordpress.com/2011/10/28/simoncelli-non-era-simpatico/

Questo tesseramento a cui si riferisce lo possiede difatti con la ‘Fire Pentecostal Church’; dove risulta essere appunto un ‘ministro tesserato’ di questa associazione.

Tratto da : http://www.firepentecostalchurch.com/struttura.htm

Le cose però a questo punto non sono affatto chiare, perché la ‘Fire Pentecostal Church’ è una organizzazione che crede sia nella dottrina della trinità che nel battesimo con lo Spirito Santo con il segno esteriore del parlare in altre lingue; difatti nella loro ‘dichiarazione di fede’ estratta dallo statuto è possibile leggere quanto segue :

Tratto da : http://www.firepentecostalchurch.com/about.htm

Quindi al Ravenda dico questo : ‘Ravvediti da tutte le tue ciance a cui ti sei dato e cambia il tuo linguaggio, perché hai dimostrato abbondantemente di non avere affatto il senso delle cose di Dio’; ti invito dunque a leggerti questo libro :

Mentre alla ‘Fire Pentecostal Church’ voglio fare queste due domande :

‘Ma sapevate di aver dato la mano di associazione ad una persona che non è ‘pentecostale’ e che contrasta la dottrina della trinità, una delle dottrine fondamentali del Cristianesimo? E ora che lo sapete, ammesso che non lo sapevate, che intenzione avete di fare?’

Salvatore Larizza

Aggiornamento del 13 Luglio 2012 : 

Comunico ai fratelli che il Ravenda e la comunità che egli ‘pasce’ non fà più parte della Fire Pentecostal Church. Ho ricevuto il seguente messaggio dal fratello Liberato Taglianetti (presidente della Fire Pentecostal Church) :

‘Caro fratello, per dovere di informazione ti avviso che Ravenda (e la sua comunità) non fanno più parte della Fire Pentecostal Church. Avevo avviato un confronto tra lui e una commissione di credenti per analizzare la cosa ma Ravenda ci ha semplificato (e velocizzato) il lavoro pubblicando un nuovo video sul suo credo. Il Signore ti benedica’

 

Aggiornamento del 17/06/2014 :

Ecco i video fatti dal sig. Francesco Ravenda dove si evince il parlare offensivo e oltraggioso tenuto nei nostri confronti :

Se doveste avere problemi nella visualizzazione dei video cliccate qui.

 

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Solo gli apostoli parlarono in lingue il giorno della Pentecoste?

Introduzione

In un suo scritto dal titolo ‘A Pentecoste lo Spirito discese solo sui dodici apostoli’ pubblicato sul suo sito il 20-21 Agosto 2011 (http://puntoacroce.altervista.org/_Den/A1-Pentecost_Spirit_12_Avv.htm), Nicola Martella afferma che il giorno della Pentecoste parlarono in lingue solo i dodici apostoli del Signore. Lui afferma di essere arrivato a questa conclusione dopo ‘un’analisi attenta del testo biblico, che ho sondato con onestà e dirittura di cuore’ e rivolge quindi questo invito ai lettori: ‘Chi ne ha altrettante, faccia lo stesso cammino e mostri le sue capacità esegetiche e le sue fondate conclusioni’.
Ora, voglio cogliere l’invito ma non per mostrare le mie capacità esegetiche, ma per mostrare che le capacità esegetiche mostrate da Nicola Martella in questo suo articolo sono nulle, e quindi le sue conclusioni sono infondate, cioè non sono fondate sulla Parola di Dio ma su dei suoi vani ragionamenti. Perchè da una reale attenta analisi del testo biblico non si può per niente arrivare alle conclusioni di Martella.
Mi concentrerò in particolare su alcune sue osservazioni.

Prima osservazione

La prima è quella che lui fa nel commentare queste parole: “E come il giorno della Pentecoste fu giunto, tutti erano insieme nel medesimo luogo. E di subito si fece dal cielo un suono come di vento impetuoso che soffia, ed esso riempì tutta la casa dov’essi sedevano. E apparvero loro delle lingue come di fuoco che si dividevano, e se ne posò una su ciascuno di loro” (Atti 2:1-4) per dimostrare che in quella occasione solo i dodici apostoli furono ripieni di Spirito e parlarono in altre lingue: ‘Era, quindi, un incontro particolare, come Gesù aveva comandato loro. Gesù per quaranta giorni diede «comandamenti agli apostoli, che aveva scelto» (At 1,2), «ordinò loro di non dipartirsi da Gerusalemme» (v. 4), promise loro che «voi sarete immersi nello Spirito Santo» (v. 5) e che «voi riceverete potenza, quando lo Spirito Santo verrà su voi» (v. 8). Ciò escludeva tutti gli altri credenti’.
Notate che lui esclude che il comandamento di non dipartirsi da Gerusalemme fu rivolto anche ad altri credenti oltre gli apostoli, e quindi secondo lui in quella riunione il giorno della Pentecoste (Atti 2:1-2) c’erano solo gli apostoli. Questo è falso, e ve lo dimostro subito.
Nel Vangelo scritto da Luca, e quindi scritto dallo stesso autore del libro degli Atti degli apostoli, è scritto quanto segue in merito all’apparizione di Cristo ai due discepoli sulla via di Emmaus e agli undici: “Ed ecco, due di loro se ne andavano in quello stesso giorno a un villaggio nominato Emmaus, distante da Gerusalemme sessanta stadi; e discorrevano tra loro di tutte le cose che erano accadute. Ed avvenne che mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù stesso si accostò e cominciò a camminare con loro. Ma gli occhi loro erano impediti così da non riconoscerlo. Ed egli domandò loro: Che discorsi son questi che tenete fra voi cammin facendo? Ed essi si fermarono tutti mesti. E l’un de’ due, per nome Cleopa, rispondendo, gli disse: Tu solo, tra i forestieri, stando in Gerusalemme, non hai saputo le cose che sono in essa avvenute in questi giorni? Ed egli disse loro: Quali? Ed essi gli risposero: Il fatto di Gesù Nazareno, che era un profeta potente in opere e in parole dinanzi a Dio e a tutto il popolo; e come i capi sacerdoti e i nostri magistrati l’hanno fatto condannare a morte, e l’hanno crocifisso. Or noi speravamo che fosse lui che avrebbe riscattato Israele; invece, con tutto ciò, ecco il terzo giorno da che queste cose sono avvenute. Vero è che certe donne d’infra noi ci hanno fatto stupire; essendo andate la mattina di buon’ora al sepolcro, e non avendo trovato il corpo di lui, son venute dicendo d’aver avuto anche una visione d’angeli, i quali dicono ch’egli vive. E alcuni de’ nostri sono andati al sepolcro, e hanno trovato la cosa così come aveano detto le donne; ma lui non l’hanno veduto. Allora Gesù disse loro: O insensati e tardi di cuore a credere a tutte le cose che i profeti hanno dette! Non bisognava egli che il Cristo soffrisse queste cose ed entrasse quindi nella sua gloria? E cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture le cose che lo concernevano. E quando si furono avvicinati al villaggio dove andavano, egli fece come se volesse andar più oltre. Ed essi gli fecero forza, dicendo: Rimani con noi, perché si fa sera e il giorno è già declinato. Ed egli entrò per rimaner con loro. E quando si fu messo a tavola con loro, prese il pane, lo benedisse, e spezzatolo lo dette loro. E gli occhi loro furono aperti, e lo riconobbero; ma egli sparì d’innanzi a loro. Ed essi dissero l’uno all’altro: Non ardeva il cuor nostro in noi mentr’egli ci parlava per la via, mentre ci spiegava le Scritture? E levatisi in quella stessa ora, tornarono a Gerusalemme e trovarono adunati gli undici e quelli ch’eran con loro, i quali dicevano: Il Signore è veramente risuscitato ed è apparso a Simone. Ed essi pure raccontarono le cose avvenute loro per la via, e come era stato da loro riconosciuto nello spezzare il pane. Or mentr’essi parlavano di queste cose, Gesù stesso comparve in mezzo a loro, e disse: Pace a voi! Ma essi, smarriti e impauriti, pensavano di vedere uno spirito. Ed egli disse loro: Perché siete turbati? E perché vi sorgono in cuore tali pensieri? Guardate le mie mani ed i miei piedi, perché son ben io; palpatemi e guardate; perché uno spirito non ha carne e ossa come vedete che ho io. E detto questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma siccome per l’allegrezza non credevano ancora, e si stupivano, disse loro: Avete qui nulla da mangiare? Essi gli porsero un pezzo di pesce arrostito; ed egli lo prese, e mangiò in loro presenza. Poi disse loro: Queste son le cose che io vi dicevo quand’ero ancora con voi: che bisognava che tutte le cose scritte di me nella legge di Mosè, ne’ profeti e nei Salmi, fossero adempiute. Allora aprì loro la mente per intendere le Scritture, e disse loro: Così è scritto, che il Cristo soffrirebbe, e risusciterebbe dai morti il terzo giorno, e che nel suo nome si predicherebbe ravvedimento e remission dei peccati a tutte le genti, cominciando da Gerusalemme. Or voi siete testimoni di queste cose. Ed ecco, io mando su voi quello che il Padre mio ha promesso; quant’è a voi, rimanete in questa città, finché dall’alto siate rivestiti di potenza. Poi li condusse fuori fino presso Betania; e levate in alto le mani, li benedisse. E avvenne che mentre li benediva, si dipartì da loro e fu portato su nel cielo. Ed essi, adoratolo, tornarono a Gerusalemme con grande allegrezza; ed erano del continuo nel tempio, benedicendo Iddio” (Luca 24:13-53).
Allora, seguitemi attentamente e pazientemente in questa spiegazione. Gesù prima appare ai due discepoli che stavano andando ad Emmaus, che non erano nel numero degli undici apostoli, infatti uno si chiamava Cleopa e l’altro non si dice il nome, comunque non erano nel numero degli undici. E difatti è scritto che dopo che Gesù sparì davanti a loro, “levatisi in quella stessa ora, tornarono a Gerusalemme e trovarono adunati gli undici e quelli ch’eran con loro, i quali dicevano: Il Signore è veramente risuscitato ed è apparso a Simone. Ed essi pure raccontarono le cose avvenute loro per la via, e come era stato da loro riconosciuto nello spezzare il pane” (Luca 24:33-35). Questo è un presupposto molto importante per capire gli eventi che seguirono subito dopo.
Infatti, cosa avvenne mentre essi parlavano? “Or mentr’essi parlavano di queste cose, Gesù stesso comparve in mezzo a loro, e disse: Pace a voi!” Chi furono dunque coloro in mezzo ai quali Gesù apparve mentre parlavano di quelle cose? Coloro che erano radunati in quell’occasione. E chi erano? Cleopa, un altro discepolo del Signore di cui non viene fatto il nome, poi c’erano gli undici apostoli, e poi altri discepoli di Cristo infatti Luca afferma: “E [Cleopa e l’altro discepolo] trovarono adunati gli undici e quelli ch’eran con loro, i quali dicevano: Il Signore è veramente risuscitato ed è apparso a Simone” (Luca 24:33-34). Dunque non c’erano solo gli undici apostoli in quella occasione, e quindi prestiamo molta attenzione alle cose che seguirono.
Innanzi tutto Gesù mostrò loro le mani e i piedi per provargli che era proprio lui risorto, e non uno spirito, e poi Luca dice che “aprì loro la mente per intendere le Scritture, e disse loro: Così è scritto, che il Cristo soffrirebbe, e risusciterebbe dai morti il terzo giorno, e che nel suo nome si predicherebbe ravvedimento e remission dei peccati a tutte le genti, cominciando da Gerusalemme. Or voi siete testimoni di queste cose. Ed ecco, io mando su voi quello che il Padre mio ha promesso; quant’è a voi, rimanete in questa città, finché dall’alto siate rivestiti di potenza”.
Avete notato allora? Che Gesù disse a tutti loro: “Or voi siete testimoni di queste cose. Ed ecco, io mando su voi quello che il Padre mio ha promesso; quant’è a voi, rimanete in questa città, finché dall’alto siate rivestiti di potenza” (Luca 24:48-49).
Quindi l’ordine di non dipartirsi da Gerusalemme finchè dall’alto sarebbero stati rivestiti di potenza, Cristo non lo diede solo agli undici. E’ di una chiarezza la Scrittura, direi strabiliante.
Ma c’è un’altra cosa molto importante da dire, e cioè che sempre tutti costoro furono testimoni della sua assunzione in cielo, infatti è scritto anche: “Poi li condusse fuori fino presso Betania; e levate in alto le mani, li benedisse. E avvenne che mentre li benediva, si dipartì da loro e fu portato su nel cielo. Ed essi, adoratolo, tornarono a Gerusalemme con grande allegrezza; ed erano del continuo nel tempio, benedicendo Iddio” (Luca 24:50-53). Che oltre agli apostoli ci furono altri testimoni della sua assunzione in cielo, abbiamo la conferma anche in queste parole che Pietro rivolse alla fratellanza prima del giorno della Pentecoste per scegliere chi doveva prendere il posto di Giuda Iscariota, infatti egli disse: “Bisogna dunque che fra gli uomini che sono stati in nostra compagnia tutto il tempo che il Signor Gesù è andato e venuto fra noi, a cominciare dal battesimo di Giovanni fino al giorno ch’egli, tolto da noi, è stato assunto in cielo, uno sia fatto testimone con noi della risurrezione di lui. E ne presentarono due: Giuseppe, detto Barsabba, il quale era soprannominato Giusto, e Mattia” (Atti 1:21-23). Notate che Pietro disse che c’erano altri uomini che erano stati in loro compagnia fino al giorno dell’assunzione di Cristo in cielo.
Ora, da tutto il contesto che abbiamo visto, Gesù fu visto dunque andare in cielo non solo dagli apostoli. Tenete a mente questo particolare, perchè ci torneremo fra poco.
A questo punto dobbiamo vedere cosa dice Luca dei momenti prima dell’assunzione di Cristo in cielo nel libro degli Atti degli apostoli. Ascoltate attentamente quello che dice: “Quelli dunque che erano raunati, gli domandarono: Signore, è egli in questo tempo che ristabilirai il regno ad Israele? Egli rispose loro: Non sta a voi di sapere i tempi o i momenti che il Padre ha riserbato alla sua propria autorità. Ma voi riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su voi, e mi sarete testimoni e in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino all’estremità della terra. E dette queste cose, mentr’essi guardavano, fu elevato; e una nuvola, accogliendolo, lo tolse d’innanzi agli occhi loro. E come essi aveano gli occhi fissi in cielo, mentr’egli se ne andava, ecco che due uomini in vesti bianche si presentarono loro e dissero: Uomini Galilei, perché state a guardare verso il cielo? Questo Gesù che è stato tolto da voi ed assunto in cielo, verrà nella medesima maniera che l’avete veduto andare in cielo. Allora essi tornarono a Gerusalemme dal monte chiamato dell’Uliveto, il quale è vicino a Gerusalemme, non distandone che un cammin di sabato” (Atti 1:6-12).
Ora, qui c’è scritto che quelli che erano radunati gli fecero alcune domande e che Gesù rispose dicendo quelle parole, tra cui queste che concernono il battesimo con lo Spirito Santo che avrebbero ricevuto dopo non molti giorni: “Ma voi riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su voi, e mi sarete testimoni e in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino all’estremità della terra” (Atti 1:8). Come vi ho dimostrato prima però, la promessa della potenza dall’alto Gesù non la fece solo agli undici ma anche a quelli che erano con gli undici quando Gesù apparve loro. E questo si accorda con il fatto che Luca parla negli Atti semplicemente di “quelli dunque che erano raunati”, a cui Gesù promise il rivestimento di potenza dall’alto. Dunque la promessa del rivestimento di potenza non fu fatta solo agli undici o solo agli apostoli, il battesimo con lo Spirito Santo non fu promesso solo agli apostoli. Basta considerare che Barsabba che era stato in compagnia degli apostoli fino al giorno dell’assunzione di Cristo in cielo, non era uno dei dodici apostoli – e se è per questo anche Mattia era presente in quel giorno ed ancora non era apostolo perchè lo diventò poco prima del giorno della Pentecoste – ma era tra quelli che erano radunati in quel giorno, per comprendere questo.
Quindi Martella mente non solo sui destinatari del comando di Cristo di non dipartirsi da Gerusalemme, ma anche sulla promessa di ricevere potenza dall’alto. Perchè i destinatari non furono solo gli apostoli del Signore. Lui ha escluso ‘tutti gli altri credenti’, ma così facendo è andato contro la Parola di Dio.
A proposito degli altri credenti, ma che fine hanno fatto quel centinaio di credenti con cui gli apostoli si radunavano prima del giorno della Pentecoste, secondo che è scritto: “E in que’ giorni, Pietro, levatosi in mezzo ai fratelli (il numero delle persone adunate saliva a circa centoventi), disse: ….” (Atti 1:15), tra cui c’era anche Barsabba? E che dire di Giacomo, il fratello del Signore? E che dire degli altri fratelli del Signore, e per non parlare delle donne che erano state testimoni della resurrezione di Cristo? Sono spariti tutti nel nulla nei discorsi di Martella. Non erano forse anche loro dei veri discepoli di Cristo? Per quale recondito motivo Dio non doveva spandere quindi lo Spirito Santo anche su loro il giorno della Pentecoste e farli parlare in lingue, ma escluderli da questa promessa? E poi, a questo punto, se anche questo centinaio di credenti non parlarono in lingue il giorno della Pentecoste, quando è che ricevettero lo Spirito Santo, o meglio il dono dello Spirito come lo chiama Martella, senza parlare in lingue? Vorremmo proprio saperlo! Dopo i circa tremila convertiti forse? Quindi quando la Scrittura dice: “Quelli dunque i quali accettarono la sua parola, furon battezzati; e in quel giorno furono aggiunte a loro circa tremila persone” (Atti 2:41), chi sono i ‘loro’? Per logica dovrebbero essere i dodici apostoli, e allora questo significherebbe che quel centinaio di credenti ricevettero lo Spirito dopo i convertiti del giorno della Pentecoste!!!! Che confusione che fa questo Martella! D’altronde, è lo stesso Martella a parlare di ‘solo due gruppi: gli apostoli e i Giudei non-convertiti’.
E poi, non è una cosa strana che gli apostoli perseveravano nella preghiera con gli altri discepoli prima del giorno della Pentecoste, secondo che è scritto: “E come furono entrati, salirono nella sala di sopra ove solevano trattenersi Pietro e Giovanni e Giacomo e Andrea, Filippo e Toma, Bartolomeo e Matteo, Giacomo d’Alfeo, e Simone lo Zelota, e Giuda di Giacomo. Tutti costoro perseveravano di pari consentimento nella preghiera, con le donne, e con Maria, madre di Gesù, e coi fratelli di lui” (Atti 1:13-14), e proprio la mattina del giorno della Pentecoste, invece, non perseveravano nella preghiera con essi, perchè ci fu ‘un incontro particolare’ come lo chiama Martella, a cui guarda caso partecipavano solo gli apostoli? E poi possibile che proprio il giorno della Pentecoste, quando secondo la legge i Giudei si devono riposare (Levitico 23:21) e quindi era ancora più facile incontrarsi, in quella mattina gli apostoli non erano assieme agli altri discepoli quando ci fu la discesa dello Spirito Santo?

Seconda osservazione

La seconda osservazione riguarda sempre quello che avvenne il giorno della Pentecoste, quando solo gli apostoli secondo Martella parlarono in altre lingue. Egli dice: ‘Furono gli apostoli soltanto a «parlare in altre lingue» e furono solo loro, che ciascuno dei Giudei indigeni o della diaspora «udiva parlare nel suo proprio linguaggio» (v. 6), ossia quello del luogo di provenienza (v. 8). Si noti, poi, che «Pietro, alzatosi in piè con gli undici, alzò la voce e parlò loro in questa maniera» (v. 14); nessun altro credente fu menzionato con loro, ma solo due gruppi: gli apostoli e i Giudei non-convertiti. Perché quel giorno si convertissero 3.000 Giudei d’ogni nazione menzionata (vv. 9-11), era necessario che il messaggio di Pietro arrivasse fino a loro. Per questo è scritto che Pietro si alzò in piedi «insieme con gli undici», poiché essi tradussero a mano a mano il discorso di Pietro nelle lingue di provenienza dei Giudei della diaspora’.
Ma le cose non stanno affatto così, perchè Martella ha dimenticato che quando Pietro si levò assieme agli undici disse alla folla di Giudei: “Uomini giudei, e voi tutti che abitate in Gerusalemme, siavi noto questo, e prestate orecchio alle mie parole. Perché costoro non sono ebbri, come voi supponete, poiché non è che la terza ora del giorno” (Atti 2:14-15), il che significa che i ‘costoro’ che non erano ebbri erano gli altri credenti che erano con i dodici in quella casa che stavano continuando a parlare in lingue secondo che lo Spirito dava loro d’esprimersi. E che sia così Pietro stesso lo conferma poco dopo quando dice a quegli stessi Giudei: “Egli dunque, essendo stato esaltato dalla destra di Dio, e avendo ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso, ha sparso quello che ora vedete e udite” (Atti 2:33). Quindi quei Giudei potevano ancora vedere ed ascoltare quello che avevano visto e sentito prima che Pietro si levasse in piedi con gli undici, cioè dei Galilei parlare in altre lingue dai quali temporaneamente erano esclusi Pietro e gli altri apostoli, appunto perchè Pietro si era levato con gli undici per predicare ai Giudei radunati.
Alcune parole poi sull’affermazione: ‘Per questo è scritto che Pietro si alzò in piedi «insieme con gli undici», poiché essi tradussero a mano a mano il discorso di Pietro nelle lingue di provenienza dei Giudei della diaspora’. Un ragionamento vano, uno dei tanti ragionamenti vani di Martella. Una delle sue tante invenzioni. Ma io dico: ‘Ma se gli undici traducevano il discorso di Pietro nelle lingue natie dei Giudei della diaspora che si erano radunati, questo vuol dire che essi conoscevano quelle lingue natie parlate da quei Giudei. E allora domandiamo: ‘Ma se fino a che Pietro e gli undici non si alzarono, essi parlavano in lingue – lingue che erano in grado di parlare e capire i Giudei che ascoltavano perchè erano le loro lingue natie – secondo che lo Spirito dava loro d’esprimersi, parlando delle cose grandi di Dio, evidentemente non c’era nulla di soprannaturale in quel loro parlare in lingue, perchè essi sapevano parlare in quelle lingue!’ Non vi pare? Gli undici fecero i traduttori del discorso di Pietro!! Veramente assurdo! Ecco cosa questi cianciatori antipentecostali riescono a far dire alla Bibbia. Ma quel discorso di Pietro non c’è la minima traccia che fu tradotto dagli undici, dico non c’è la minima traccia. Riteniamo infatti che Pietro parlò loro in lingua ebraica, che era conosciuta anche dagli Ebrei della diaspora. Ricordatevi infatti che quando Paolo decise di rendere la sua testimonianza davanti ai Giudei che volevano ucciderlo (dopo averlo preso nel tempio a Gerusalemme), parlò loro in lingua ebraica, secondo che è scritto: “Paolo, stando in piè sulla gradinata, fece cenno con la mano al popolo. E fattosi gran silenzio, parlò loro in lingua ebraica, dicendo: Fratelli e padri, ascoltate ciò che ora vi dico a mia difesa. E quand’ebbero udito ch’egli parlava loro in lingua ebraica, tanto più fecero silenzio” (Atti 21:40; 22:1-2). E vi ricordo che tra quegli Ebrei c’erano pure dei Giudei dell’Asia, che erano quelli che avevano sollevato la moltitudine contro di lui, secondo che è scritto: “Or come i sette giorni eran presso che compiuti, i Giudei dell’Asia, vedutolo nel tempio, sollevarono tutta la moltitudine, e gli misero le mani addosso ….” (Atti 21:27). Dunque, Pietro non ebbe bisogno di traduttori. Non ci fu nessuna traduzione seduta stante! Ma che va cianciando Martella?

Terza osservazione

La terza osservazione lui la fa in merito a queste parole dell’apostolo Pietro: “E come avevo cominciato a parlare, lo Spirito Santo scese su loro, com’era sceso su noi da principio. Mi ricordai allora della parola del Signore, che diceva: ‘Giovanni ha battezzato con acqua, ma voi sarete battezzati con lo Spirito Santo’. Se dunque Iddio ha dato a loro lo stesso dono che ha dato anche a noi che abbiam creduto nel Signor Gesù Cristo, chi ero io da potermi opporre a Dio?” (Atti 11:15-17). Sempre naturalmente per dimostrare che solo gli apostoli a Pentecoste parlarono in lingue.
Ora, lui dice infatti: ‘Si noti che Pietro riferendosi alla discesa dello Spirito, parlò di «loro» Gentili e di «noi»; qui si riferiva ai dodici apostoli, cosa che era conosciuta e chiara ai credenti di Gerusalemme’.
Ora, è evidente che dato che abbiamo dimostrato che i destinatari dell’ordine di Gesù di non dipartirsi da Gerusalemme finchè dall’alto sarebbero stati rivestiti di potenza, e quindi la promessa di ricevere potenza dall’alto, non furono solo gli apostoli, è evidente che il giorno della Pentecoste in quella casa non c’erano solo gli apostoli ma anche altri credenti. Quindi quando Pietro parlò a coloro che si erano messi a disputare con lui perchè era entrato in casa di incirconcisi ed aveva mangiato con loro, quel ‘noi’ usato da Pietro non si riferisce solo ai dodici, ma anche a tutti gli altri che erano presenti in quella circostanza che erano tutti Ebrei di nascita. Ecco infatti il punto su cui volle porre enfasi Pietro in quel discorso fatto a “quelli della circoncisione” (Atti 11:2), che Dio aveva visitato i Gentili non solo salvandoli, ma anche donandogli lo Spirito Santo con l’evidenza del parlare in lingue, esattamente come aveva fatto con loro che erano Ebrei di nascita. Infatti subito dopo dice: “Se dunque Iddio ha dato a loro lo stesso dono che ha dato anche a noi che abbiam creduto nel Signor Gesù Cristo, chi ero io da potermi opporre a Dio?”. Qui Pietro non fa per niente riferimento solo a lui e agli undici apostoli, ma a loro in quanto Ebrei di nascita che hanno creduto nel Signore Gesù Cristo. Quindi egli incluse tra questi anche quelli della circoncisione che si erano messi a questionare con lui.
E che sia così, è confermato da quello che Pietro disse in seguito all’assemblea di Gerusalemme dinnanzi ad una moltitudine di credenti che erano tutti Ebrei di nascita. Ecco cosa è scritto: “Allora gli apostoli e gli anziani si raunarono per esaminar la questione. Ed essendone nata una gran discussione, Pietro si levò in piè, e disse loro: Fratelli, voi sapete che fin dai primi giorni Iddio scelse fra voi me, affinché dalla bocca mia i Gentili udissero la parola del Vangelo e credessero. E Dio, conoscitore dei cuori, rese loro testimonianza, dando lo Spirito Santo a loro, come a noi; e non fece alcuna differenza fra noi e loro, purificando i cuori loro mediante la fede. Perché dunque tentate adesso Iddio mettendo sul collo de’ discepoli un giogo che né i padri nostri né noi abbiam potuto portare? Anzi, noi crediamo d’esser salvati per la grazia del Signor Gesù, nello stesso modo che loro” (Atti 15:6-11).
Notate infatti che anche qui Pietro mette enfasi sul fatto che Dio diede lo Spirito Santo ai Gentili (Cornelio e i suoi presso i quali Dio lo aveva mandato per predicargli il Vangelo), come lo aveva donato a loro che erano Ebrei di nascita che avevano creduto, infatti dice: “E Dio, conoscitore dei cuori, rese loro testimonianza, dando lo Spirito Santo a loro, come a noi; e non fece alcuna differenza fra noi e loro, purificando i cuori loro mediante la fede”. Quindi Pietro accennò anche alla purificazione dei peccati che fu mediante la fede sia per ‘noi’ (loro Ebrei di nascita) che per ‘loro’ (i Gentili). E difatti ecco cosa dice immediatamente dopo: “Noi crediamo d’esser salvati per la grazia del Signor Gesù, nello stesso modo che loro”. A chi si riferisce qua Pietro quando dice ‘noi crediamo …’, solo ai dodici apostoli? No, ma a loro che erano Ebrei di nascita, che erano stati giustificati mediante la fede, esattamente come lo erano stati i Gentili. Dio dunque non mostrò nessuna differenza, nessun riguardo personale tra loro che erano Ebrei di nascita e i Gentili, giustificando sia gli uni che gli altri mediante la fede, e donando loro lo Spirito Santo con l’evidenza del parlare in lingue.

Quarta osservazione

C’è una quarta osservazione che fa Martella, che è questa, e cioè che il dono dello Spirito con l’evidenza del parlare in lingue, così come lo ricevettero ‘solo’ gli apostoli a Gerusalemme, fu limitato solo a loro, perchè tutti gli altri Giudei che si convertirono non fecero l’esperienza del parlare in lingue, ma ricevettero lo Spirito Santo come dono al momento della loro conversione senza dunque parlare in altre lingue. Ecco cosa dice: ‘E i tremila?: Che cosa ricevettero a Pentecoste allora i Giudei, che si erano convertiti? Non un sedicente «battesimo di Spirito Santo», ma solo il «dono dello Spirito Santo» nel momento della conversione, espressione che significa «lo Spirito Santo come dono» (altrove si parla similmente dello Spirito come caparra: 2 Cor 1,22; 2 Cor 5,5; come pegno: Ef 1,13s; come suggello: Ef 1,13; 4,30). A Pentecoste Pietro disse ai Giudei: «Ravvedetevi, e ciascuno di voi sia battezzato nel nome di Gesù Cristo, in vista della remissione dei vostri peccati, e voi riceverete il dono dello Spirito Santo» (At 2,38); qui ricorre doreà e non chárisma e mostra che lo Spirito Santo stesso era tale dono divino, e non una presunta esperienza mistica’.
Ma le cose non stanno affatto così, innanzi tutto perchè Martella ha dimenticato un piccolo particolare che demolisce tutto questo castello che ha costruito, che è questo: il dono dello Spirito di cui parlò Pietro a quei Giudei non è altro che la promessa dello Spirito Santo che Gesù fece ai suoi discepoli da parte di Dio, secondo che Egli disse agli undici e agli altri che erano con loro quando apparve loro: “Ed ecco, io mando su voi quello che il Padre mio ha promesso; quant’è a voi, rimanete in questa città, finché dall’alto siate rivestiti di potenza” (Luca 24:49). Quella promessa era in altre parole la promessa di spandere sopra di loro lo Spirito Santo, e quindi di rivestirli di potenza. Promessa che Gesù gli confermò immediatamente prima di essere assunto in cielo quando “ordinò loro di non dipartirsi da Gerusalemme, ma di aspettarvi il compimento della promessa del Padre, la quale, egli disse, avete udita da me. Poiché Giovanni battezzò sì con acqua, ma voi sarete battezzati con lo Spirito Santo fra non molti giorni” (Atti 1:4-5). Quella promessa dunque era il battesimo con lo Spirito Santo che i discepoli ricevettero poi il giorno della Pentecoste, parlando in lingue. Promessa che secoli prima Dio aveva fatto agli Ebrei tramite il profeta Gioele, dicendo: “E avverrà negli ultimi giorni, dice Iddio, che io spanderò del mio Spirito sopra ogni carne; e i vostri figliuoli e le vostre figliuole profeteranno, e i vostri giovani vedranno delle visioni, e i vostri vecchi sogneranno dei sogni. E anche sui miei servi e sulle mie serventi, in quei giorni, spanderò del mio Spirito, e profeteranno. E farò prodigi su nel cielo, e segni giù sulla terra; sangue, e fuoco, e vapor di fumo. Il sole sarà mutato in tenebre, e la luna in sangue, prima che venga il grande e glorioso giorno, che è il giorno del Signore. Ed avverrà che chiunque avrà invocato il nome del Signore sarà salvato” (Atti 2:17-21).
Ora, cosa disse Pietro a quei Giudei: “Ravvedetevi, e ciascun di voi sia battezzato nel nome di Gesù Cristo, per la remission de’ vostri peccati, e voi riceverete il dono dello Spirito Santo. Poiché per voi è la promessa, e per i vostri figliuoli, e per tutti quelli che son lontani, per quanti il Signore Iddio nostro ne chiamerà” (Atti 2:38-39). Se dunque Pietro, nel suo discorso che fece a quei Giudei gli fece innanzi tutto presente che quello che vedevano, cioè il fatto di vedere dei Galilei parlare in altre lingue, era quello che aveva detto il profeta Gioele che sarebbe avvenuto, quindi era l’adempimento della promessa di Dio fatta tramite il profeta Gioele, è del tutto evidente che la promessa di cui parlò loro quando disse “per voi è la promessa ….” è la stessa promessa. E quindi il parlare in lingue, dato che era associato a quella promessa, era anche per loro, come anche per i loro figliuoli, per tutti quelli che sono lontani, per quanti Dio ne chiamerà.
E poi, c’è un’altra cosa che smonta tutto il discorso di Martella, che è questa: quando lo Spirito Santo scese su Cornelio e i suoi, è scritto: “Mentre Pietro parlava così, lo Spirito Santo cadde su tutti coloro che udivano la Parola. E tutti i credenti circoncisi che erano venuti con Pietro, rimasero stupiti che il dono dello Spirito Santo fosse sparso anche sui Gentili; poiché li udivano parlare in altre lingue, e magnificare Iddio. Allora Pietro prese a dire: Può alcuno vietar l’acqua perché non siano battezzati questi che hanno ricevuto lo Spirito Santo come noi stessi?” (Atti 10:44-47). Domandiamo a Martella dunque: ‘A chi stava parlando Pietro?’ Non stava forse parlando a quei credenti circoncisi, e quindi Ebrei di nascita, che erano con lui a casa di Cornelio e che lo avevano accompagnato da Ioppe a Cesarea, secondo che è scritto: ” E il giorno seguente andò con loro; e alcuni dei fratelli di Ioppe l’accompagnarono” (Atti 10:23)? E perchè Pietro in riferimento ai Gentili che avevano ricevuto lo Spirito Santo con l’evidenza del parlare in lingue, disse a questi credenti circoncisi “hanno ricevuto lo Spirito Santo come noi stessi”? Non è forse perchè anche quei credenti che erano con Pietro, che non facevano parte del numero dei dodici apostoli, avevano fatto la stessa esperienza di Pietro il giorno della Pentecoste, cioè erano stati riempiti di Spirito e avevano parlato in altre lingue? E difatti questi credenti Ebrei quando videro e sentirono parlare in lingue quei Gentili, capirono cosa era avvenuto, capirono che anche i Gentili avevano ricevuto il dono dello Spirito Santo o la promessa dello Spirito Santo.
Ora, noi non sappiamo se quei credenti circoncisi che erano con Pietro, avevano ricevuto lo Spirito Santo il giorno della Pentecoste assieme agli apostoli, o in qualche altra successiva circostanza, ma una cosa per certo la sappiamo, che Pietro asserisce che anche loro avevano ricevuto lo Spirito Santo ESATTAMENTE come Cornelio e i suoi, e quindi anch’essi parlavano in lingue.

Conclusione

Veramente assurdo quello che dice Martella, veramente assurdo. Quest’uomo si inventa assurdità dopo assurdità, e non riusciamo a capire come possa ricoprire la posizione che ha in mezzo alle Chiese dei fratelli. Evidentemente nelle Chiese dei fratelli (e non solo in queste Chiese) prendono piacere nelle cose assurde che lui dice, o meglio nelle cose che vanno contro la Parola di Dio. Prendono piacere nel contrastare fortemente alla Parola di Dio. Peggio per loro. Il Signore gli renderà secondo le loro opere.
Dunque alla luce delle Scritture, dobbiamo ancora una volta riscontrare come Nicola Martella mente contro la verità e assieme a lui mentono contro la verità tutti coloro che dicono le stesse cose. Ormai credo che sia palese a tutti che egli non conosce le Scritture, e che quando parla di queste cose mostra di avere una intelligenza ottenebrata. Guardatevi da lui e dal suo lievito dunque.

Chi ha orecchi da udire, oda.

Giacinto Butindaro

22 Agosto 2011

Tratto da : http://giacintobutindaro.org/2011/08/22/solo-gli-apostoli-parlarono-in-lingue-il-giorno-della-pentecoste/

Il potere della suggestione in azione

Predicatore pentecostale che suggestiona dei credenti affinchè ricevano il battesimo con lo Spirito e si mettano a parlare in altre lingue. Ecco i comportamenti disordinati e sconvenienti che portano discredito al Movimento Pentecostale, ma soprattutto alla dottrina di Dio. Gli apostoli quando imponevano le mani sui credenti affinchè ricevessero il battesimo con lo Spirito Santo non si mettevano a dire al credente: ‘Apri la bocca, parla in lingue, lasciati andare, ecc. ecc’

Giacinto Butindaro

Tratto da : http://lanuovavia.org/giacintobutindaro/2010/09/10/il-potere-della-suggestione-in-azione/

‘Io e la potenza del cristianesimo primitivo’

Come il Signore battezzò Martinus Bjerre con lo Spirito Santo

‘Sentivo l’intenso bisogno di una più profonda comunione con Dio. La mia anima era assetata di Lui …. Una sera, dopo il lavoro, sentii dentro di me una voce che mi invitava ad andare nella stalla e ad inginocchiarmi in quell’ ‘alto solaio’ dove pregavo spesso. Obbedendo alla voce del Signore, mi inginocchiai dinanzi all’Iddio vivente e mi presentai a Lui. Dopo avere pregato un po’, mi sentii investito da una forza straordinaria che si impadronì di tutto il mio essere. Cominciai allora a pregare più intensamente non avendo altri che Gesù davanti agli occhi e mi accorsi che la mia preghiera diveniva sempre più intensa … Improvvisamente vidi come un raggio luminoso proveniente dal cielo e capii che Dio gradiva la mia preghiera. Fui come trasportato in uno splendore indescrivibile e le mie povere parole non possono esprimere quello che provavo in quei momenti: una specie di corrente attraversò tutto il mio corpo e si impadronì della mia lingua tanto che pronunziai un fiume di parole che io stesso non comprendevo. Ero sempre cosciente, anche se non mi rendevo conto di quanto mi stava accadendo. Anzi, cercai perfino di trattenermi dal pronunziare quelle parole mordendomi la lingua. Ebbi anche paura quando mi accorsi, qualche istante dopo, che non potevo più pregare in danese e che mi venivano alle labbra sempre quelle parole strane. Quando mi alzai, scoppiai a piangere pensando di dovere chiedere perdono a Dio per essermi comportato a quel modo. Il fatto è che mi avevano raccontato che alcuni che avevano meditato a fondo sul cristianesimo, erano divenuti degli esaltati ed erano perfino impazziti. A dire il vero, io non avevo riflettuto o meditato tanto, ma avevo semplicemente creduto in Dio e mi ero rivolto a Lui in preghiera ed ero stato investito da quella forza incomprensibile….

Mi infilai nel letto cercando di dominarmi, perché ero ancora in preda a quello strano fenomeno. Non osavo parlarne a mia moglie, per paura che mi credesse pazzo e poi non volevo turbarla.

Quando ritrovavo i miei amici del ‘Movimento Comunitario’ e ci mettevamo a pregare, quello strano fenomeno si ripeteva e dovevo controllarmi facendo leva su tutte le mie forze, fino a tenere un fazzoletto sulla bocca in modo che nessuno sentisse quello che dicevo. Fu un periodo terribile: nessuno mi capiva e non sapevo che fare!

Una sera fummo invitati ad una riunione che si teneva a casa di un’anziana istitutrice credente; doveva parlare un predicatore di passaggio, appartenente ad un’altra chiesa. Dopo il messaggio e qualche osservazione da parte di alcuni di noi, ci inginocchiammo per pregare. Allora mi rivolsi a Dio nel mio intimo e Gli chiesi di guidarmi mediante lo Spirito Santo, senza rendermi conto del fatto che lo strano fenomeno di cui stavo facendo l’esperienza era dovuto proprio alla presenza in me dello Spirito Santo di Dio. In ogni caso anche quella sera fui preso da una forza irresistibile che mi sollevò da terra all’insaputa di tutti. Prima di rendermi conto di quanto stava accadendo, mi trovai dall’altro lato della stanza. Ero stato letteralmente sollevato al di sopra delle teste di quelli che pregavano accanto a me. Ricevetti anche una visione celeste che non dimenticherò mai più e che non posso descrivere a parole. C’è indubbiamente un’analogia tra questa visione e l’esperienza descritta dall’apostolo Paolo nella seconda lettera ai Corinzi: “Bisogna gloriarmi: non è cosa giovevole, ma pure, verrò alle visioni e alle rivelazioni del Signore. Io conosco un uomo in Cristo, che quattordici anni fa (se fu col corpo non so, né so se fu senza il corpo; Iddio lo sa), fu rapito fino al terzo cielo. E so che quel tale (se fu col corpo o senza il corpo non so; Iddio lo sa) fu rapito in Paradiso, e udì parole ineffabili che non è lecito all’uomo di proferire” (2 Cor. 12:1-4).

Cominciai allora a gridare con tutta la forza che potevo: ‘Sono libero! Sono libero!’ Alcuni miei amici si spaventarono e si precipitarono frastornati fuori di casa, mentre altri cominciarono a lodare Iddio. Altri ancora mi chiesero se fossi malato, perché tremavo tutto. Non riuscivo a capire quello che mi stava accadendo, ma ero assolutamente certo di essermi trovato alla presenza di Dio. Nessuno però osava dare una spiegazione del fatto. Gli amici allora mi consigliarono di tornarmene a casa e mi aiutarono ad infilarmi il cappotto.

Strada facendo, alcuni mi chiesero se sapessi quel che mi era successo, ma io stesso non sapevo che rispondere; dissi solo che ero stato invaso da una gioia soprannaturale, indescrivibile, e che quella gioia continuava ad inondarmi.

Il giorno dopo lessi nella Bibbia queste parole: “Ma questo è quel che fu detto per mezzo del profeta Gioele: E avverrà negli ultimi giorni, dice Iddio, che io spanderò del mio Spirito sopra ogni carne; e i vostri figliuoli e le vostre figliuole profeteranno, e i vostri giovani vedranno delle visioni, e i vostri vecchi sogneranno dei sogni” (Atti 2:16-17).

Tuttavia non capivo ancora che cosa significasse che “Dio spande del Suo Spirito”. Sapevo però che la visione che avevo avuta proveniva da Dio.

Più tardi l’anziana maestra venne ad informarsi delle mie condizioni. Approfittai allora per chiederle che cosa mai mi fosse capitato la sera prima. Lei mi spiegò che lo Spirito Santo era disceso su di me. Mi parlò quindi del battesimo dello Spirito Santo secondo l’insegnamento della Bibbia, mostrandomi come se ne parli già nei quattro evangeli. In particolare attirò la mia attenzione su Marco 16:17 dove la glossolalia (o ‘parlare in lingue’) è indicata come uno dei segni che accompagnano questa esperienza: “Or questi sono i segni che accompagneranno coloro che avranno creduto: nel nome Mio cacceranno i demoni, parleranno in lingue nuove …”. (…..)

Il mistero dunque era stato risolto: la mia strana esperienza non era altro che il battesimo dello Spirito Santo. Confidai allora alla maestra che quel fenomeno si era manifestato spesso negli ultimi tempi mentre pregavo e che avevo fatto di tutto per evitare di pronunziare quelle strane parole. Lei si commosse e mi incoraggiò a non reprimerle quando mi venivano alle labbra, perché quel che avevo ricevuto non era altro che il dono dello Spirito Santo: ‘Molte persone, mi disse, ‘corrono da una riunione all’altra per anni, in cerca di quel che lei ha ricevuto da solo con Dio, in una stalla!

Fatti accaduti in Danimarca

Martinus Bjerre, Come un Padre, Grosseto 1986, pag. 21-24

Tratto da : http://lanuovavia.org/giacintobutindaro/2010/08/13/‘io-e-la-potenza-del-cristianesimo-primitivo’/

‘Adesso ho capito!’

Fratelli, oggi ho ricevuto questa lettera, di cui vi voglio rendere partecipi. Siano rese grazie a Dio per aver aperto la mente a questa sorella per intendere le Scritture.

“Pace a te ! Ho letto lo studio riguardo Nicola Martella ed il battesimo con lo Spirito Santo, premetto che ho frequentato per 13 anni la ”Chiesa dei fratelli ” a Torino e che questo concetto non mi e’ mai stato molto chiaro , infatti basandomi su cio’ che mi e’ stato insegnato in passato non ho mai approfondito il discorso e quindi non ho mai chiesto al Signore in preghiera di ricevere questo dono .

Alla luce dei chiarimenti che ho avuto attraverso il tuo studio mi sono resa conto che le mie convinzioni sono errate e percio’ desidero recuperare il tempo perso .GRAZIE infinite e che Dio continui a darti saggezza ed intendimento per ministrare ed ammaestrare il suo popolo che vive nella confusione ! Rosa …

Lo studio si trova qua

Giacinto Butindaro

Tratto da : http://lanuovavia.org/giacintobutindaro/2010/06/24/adesso-ho-capito/

ADI: Le lingue che il credente riceve al battesimo con lo Spirito Santo non sono interpretabili o lingue conosciute

Introduzione

Salvatore Cusumano, nella sua tesi su Roberto Bracco presentata all’Istituto Biblico delle ADI, che ha la presentazione di Francesco Toppi, afferma quanto segue a proposito delle lingue che i credenti cominciano a parlare quando vengono battezzati con lo Spirito Santo: ‘…. Esistono delle lingue non interpretabili per l’edificazione personale e che, a nostro parere, corrispondono al segno delle lingue che il credente riceve al battesimo nello Spirito Santo’ (pag. 34). E lo stesso Toppi conferma ciò dicendo che alla ricezione del battesimo con lo Spirito Santo, il parlare in altre lingue come lo Spirito dà di esprimersi, ‘è il parlare in lingue che non corrispondono ad alcuna lingua conosciuta’ (Francesco Toppi, E Mi Sarete Testimoni, ADI-Media, Roma 1999, pag. 42).
In altre parole, secondo le ADI, quando si tratta del dono della diversità delle lingue le lingue sono interpretabili, mentre quando si tratta delle lingue come segno che si ricevono al battesimo con lo Spirito allora esse non sono interpretabili.*

Confutazione

Ora, prima di passare alla confutazione di questa ennesima falsità insegnata dalle ADI, voglio spiegarvi brevemente cosa dice la Bibbia a proposito del parlare in altra lingua.
Secondo quello che insegna la Scrittura quando un credente viene battezzato con lo Spirito Santo comincia a parlare in altra lingua secondo che lo Spirito gli dà di esprimersi (cfr. Atti 2:4; 10:44-46; 19:6), e questo costituisce il segno esteriore dell’avvenuto battesimo con lo Spirito Santo. Sto parlando in questo caso del parlare in una sola lingua straniera per lo Spirito, perché c’è anche un parlare in più lingue straniere che è pur sempre una capacità data dallo Spirito Santo, che la Bibbia chiama “diversità delle lingue” e che è uno dei doni dello Spirito Santo (1 Corinzi 12:10), che si può ricevere sia al battesimo con lo Spirito Santo che successivamente al battesimo con lo Spirito Santo, e che è bene ricordare non tutti ricevono (cfr. 1 Corinzi 12:30). E’ evidente dunque che quando un credente riceve la capacità di parlare in diverse lingue straniere già al battesimo con lo Spirito Santo, quel suo parlare in lingue è sì il segno del battesimo con lo Spirito ricevuto ma anche dono. Se invece il credente al suo battesimo con lo Spirito Santo parla solo in una lingua straniera allora quel suo parlare non costituisce il dono della diversità delle lingue.

Ora, che cosa fa il credente quando comincia a parlare in altra lingua al battesimo con lo Spirito Santo? Egli parla a Dio, perché Paolo dice che “chi parla in altra lingua non parla agli uomini, ma a Dio; poiché nessuno l’intende, ma in ispirito proferisce misteri” (1 Corinzi 14:2), e difatti egli prega (cfr. 1 Corinzi 14:14), salmeggia (cfr. 1 Corinzi 14:15), e benedice Iddio (cfr. 1 Corinzi 14:16). A prescindere dunque che il credente abbia o meno il dono di diversità delle lingue, quando egli parla in altra lingua parla a Dio, e nessuno l’intende, neppure lui intende quello che dice. Ma affinché sia lui che gli altri che lo sentono parlare in lingue intendano quelle parole dette per lo Spirito, il Signore ha costituito il dono della interpretazione delle lingue (cfr. 1 Corinzi 12:10), che chi parla in altra lingua deve desiderare secondo che è scritto: “Perciò, chi parla in altra lingua preghi di poter interpretare” (1 Corinzi 14:13).

Dunque sia che il credente parla in altra lingua da solo, o assieme ad altri, sia che abbia o non abbia il dono della diversità delle lingue, quando lo Spirito gli darà di interpretare quello che lui ha detto, sia lui che gli altri ne riceveranno edificazione avendo inteso quello che lo Spirito ha detto tramite la sua bocca.

Dunque, le ADI errano nel dire che le lingue come segno non sono interpretabili, perché se fosse così, il credente che parla in altra lingua, non avendo il dono di diversità delle lingue, non dovrebbe pregare di poter interpretare quello che dice per lo Spirito, e quindi dovrebbe astenersi dal fare una cosa che l’apostolo gli comanda di fare. In altre parole, dovrebbe pregare di poter interpretare solo chi ha il dono della diversità delle lingue, e non chi parla solo in una lingua straniera che ha ricevuto nel momento che è stato battezzato con lo Spirito. Detto ancora in altre parole, egli dovrebbe aspettare di ricevere il dono della diversità di lingue prima di mettersi a pregare di poter interpretare. E non mi pare che si intraveda una cosa del genere nelle parole di Paolo ai Corinti.
Ma poi sarebbe un controsenso dire che le lingue-segno non sono interpretabili in quanto per uso personale perché anche quando uno parla in altra lingua da solo, benché edifichi se stesso, non intende quello che dice; e siccome egli sta parlando a Dio, e l’unica maniera per capire cosa sta dicendo è tramite l’interpretazione, per forza di cose quella lingua è interpretabile, e quindi è bene che lui preghi di poter interpretare quello che dice.
E poi, io dico, per fare riferimento ad un caso biblico di parlare in lingue come segno al battesimo con lo Spirito, ma il giorno della Pentecoste quelle lingue erano o non erano interpretabili, erano o non erano delle lingue conosciute a quel tempo? A me risulta che lo erano, perché erano vere lingue straniere che i discepoli si misero a parlare per lo Spirito, e tramite di esse parlavano delle cose grandi di Dio (cfr. Atti 2:11), secondo che dissero i Giudei che si radunarono: “Ecco, tutti costoro che parlano non son eglino Galilei? E com’è che li udiamo parlare ciascuno nel nostro proprio natìo linguaggio? …. li udiamo parlar delle cose grandi di Dio nelle nostre lingue” (Atti 2:7-8,11). E d’altronde, le lingue servono di segno ai non credenti (1 Corinzi 14:22) – come servirono di segno il giorno della Pentecoste ai quei Giudei provenienti da ogni nazione di sotto il cielo – e affinché servano loro di segno devono essere per forza di cose delle vere lingue conosciute dagli increduli che Dio ha deciso che devono ascoltarle, e quindi non solo sono lingue conosciute ma anche interpretabili perché “ci sono nel mondo tante e tante specie di parlari, e niun parlare è senza significato” (1 Corinzi 14:11).

E’ vero che le lingue a Pentecoste furono intese dai Giudei che si adunarono e non ci fu nessuna interpretazione di esse da parte di qualche discepolo che le parlava, ma vorrei fare notare che i discepoli parlavano in lingue ancora prima che quei Giudei raggiungessero il luogo dove si trovavano (cfr. Atti 2:4,6), e quindi quand’anche non ci fossero stati quei Giudei a sentirli e a capirli, quel parlare era pur sempre diretto a Dio e tramite il dono della interpretazione avrebbe potuto essere capito dagli stessi discepoli che parlavano.

* Le ADI insegnano una cosa errata anche quando spiegano la distinzione tra il parlare in lingue come segno esteriore del battesimo con lo Spirito e il parlare in lingue come dono, in quanto affermano: ‘Occorre a questo punto fare una distinzione tra il parlare in lingue, come segno del battesimo nello Spirito Santo e prezioso mezzo per il credente battezzato per adorare Dio nell’intimità, e fra quello che può chiamarsi in modo particolare il dono o carisma delle lingue, cioè la possibilità di trasmettere in una lingua diversa dall’usuale sotto la guida dello Spirito Santo, un messaggio di avvertimento, di esortazione, di consolazione, destinato alla comunità e che sarà interpretato da coloro che esercitano un altro carisma chiamato dono di interpretazione’ (AA. VV., Il Battesimo nello Spirito Santo, Roma 1987, ADI-Media, pag. 32). E quindi il loro insegnamento falso sulla non interpretabilità delle lingue che si ricevono con il battesimo con lo Spirito Santo si deve integrare con quest’altro falso insegnamento, che fa del dono della diversità delle lingue un parlare in lingue rivolto agli uomini quando la Chiesa è radunata, messaggio in lingue che interpretato costituisce una profezia. Leggi la confutazione di questo altro loro errore.

Giacinto Butindaro

Tratto da : http://lanuovavia.org/giacintobutindaro/2010/06/22/adi-le-lingue-che-il-credente-riceve-al-battesimo-con-lo-spirito-santo-non-sono-interpretabili-o-lingue-conosciute/

Confutazione della dottrina ‘Le lingue più interpretazione corrispondono alla profezia’

Introduzione

Questa dottrina è insegnata quasi in tutte le chiese pentecostali sia in Italia che all’estero. Le ADI per esempio la insegnano, come pure la insegnano le Chiese ‘La Parola della Grazia’.

ADI. Myer Pearlman, nel suo libro Le Dottrine della Bibbia, ha affermato: ‘Le lingue più interpretazione corrispondono alla profezia’. (Myer Pearlman, Le dottrine della Bibbia, ADI-Media, terza ediz. Roma 1988, pag. 258) Su questa linea si è espresso anche Donald Gee, che era un pastore delle Assemblee di Dio britanniche, nel suo libro I doni dello Spirito Santo: ‘E’ chiaramente affermato dalla Parola che, quando i doni complementari delle lingue e dell’interpretazione delle lingue venivano esercitati nel giusto ordine in seno alla chiesa, equivalevano al dono di profezia (…); perciò, poiché le cose stanno così, è generalmente ammesso che questi due doni costituiscono uno dei tanti metodi con i quali lo Spirito Santo può fare udire la Sua voce nella Chiesa’. (Donald Gee, I doni dello Spirito Santo, Roma 1988, ADI-Media, pag. 71-72) Citiamo infine un passo tratto da Il Battesimo nello Spirito Santo; ‘Occorre a questo punto fare una distinzione tra il parlare in lingue, come segno del battesimo nello Spirito Santo e prezioso mezzo per il credente battezzato per adorare Dio nell’intimità, e fra quello che può chiamarsi in modo particolare il dono o carisma delle lingue, cioè la possibilità di trasmettere in una lingua diversa dall’usuale sotto la guida dello Spirito Santo, un messaggio di avvertimento, di esortazione, di consolazione, destinato alla comunità e che sarà interpretato da coloro che esercitano un altro carisma chiamato dono di interpretazione’. (AA. VV., Il Battesimo nello Spirito Santo, Roma 1987, ADI-Media, pag. 32).

Chiese ‘La Parola della Grazia’. Lirio Porrello, pastore della chiesa di Palermo, durante un insegnamento sul dono dell’interpretazione delle lingue, ha affermato: ‘Che cos’è il dono d’interpretazione delle lingue? …. Una manifestazione dello Spirito Santo per mezzo della quale una persona viene ispirata a spiegare il significato di un messaggio che viene dalla diversità di lingue …. Lo scopo dell’interpretazione è lo stesso della profezia perché diversità delle lingue più interpretazione è uguale a profezia. Scopo è quello di edificare, esortare e consolare’.

Coloro che la insegnano si appoggiano su queste parole dell’apostolo Paolo: “Or io ben vorrei che tutti parlaste in altre lingue; ma molto più che profetaste; chi profetizza è superiore a chi parla in altre lingue, a meno ch’egli interpreti, affinché la chiesa ne riceva edificazione” (1 Corinzi 14:5), e: “Egli è scritto nella legge: Io parlerò a questo popolo per mezzo di gente d’al tra lingua, e per mezzo di labbra straniere; e neppure così mi ascolteranno, dice il Signore” (1 Corinzi 14:21). In sostanza essi dicono: ‘Chi parla in altra lingua quando la Chiesa è radunata parla agli uomini e perciò l’interpretazione corrisponde ad un parlare rivolto agli uomini cioè ad una profe zia’. Ma stanno le cose veramente così come essi dicono? E’ questo il significato delle suddette parole di Paolo ai Corinzi?
La risposta è no, e adesso lo dimostrerò mediante le Scritture.

Confutazione


Il parlare in altre lingue è diretto a Dio

L’apostolo Paolo ai Corinzi dice: “Procacciate la carità, non lasciando però di ricercare i doni spirituali, e principalmente il dono di profezia”; con queste parole l’apostolo esorta i santi a procacciare in primo luogo l’amore, ma senza trascurare di desiderare i doni spirituali perché anche quello di ricercare i doni spirituali è un ordine di Dio secondo che aveva lui stesso detto innanzi: “Ma desiderate ardentemente i doni maggiori” (1 Corinzi 12:31). Ma l’apostolo Paolo specifica che bisogna desiderare principalmente un dono in particolare, che è quello di profezia; lui dice infatti “principalmente il dono di profezia”, non ‘esclusivamente il dono di profezia’ perché di doni spirituali da desiderare ce ne sono altri che sono altresì utili per l’edificazione della Chiesa. A questo punto viene da domandarsi: ‘Ma perché Paolo, che era un ministro di Dio che poteva dire di parlare in altre lingue più di tutti i Corinzi, ha detto di ricer care “principalmente il dono di profezia”? Perché ha dato la priorità al dono di profezia? La ragione lui la spiega subito dopo quando dice: “Perché chi parla in altra lingua non parla agli uomini, ma a Dio; poiché nessuno l’intende, ma in ispirito proferisce misteri. Chi profetizza, invece, parla agli uomini un linguaggio di edificazione, di esortazione e di conso lazione. Chi parla in altra lingua edifica se stesso; ma chi profetizza edifica la chiesa” (1 Corinzi 14:2-4).
Come potete vedere, Paolo con queste parole comincia a spiegare perché si deve desiderare principalmente il dono di profezia e perché il dono di profezia è superiore al dono delle lingue; egli dice che è perché:
– Chi profetizza parla agli uomini, mentre chi parla in altra lingua parla a Dio e in ispirito proferisce misteri;
– Chi profetizza edifica la chiesa, mentre chi parla in altra lingua edifica se stesso.

Ma io voglio ora soffermarmi sull’espressione di Paolo secondo la quale chi parla in altra lingua non parla agli uomini ma parla a Dio.
Ora, se Paolo ha detto che chi parla in altra lingua non parla agli uomini ma a Dio vuole dire che il parlare in altra lingua è diretto a Dio. Ma che cosa dice a Dio chi parla in altra lingua? Paolo dice che in ispirito proferisce misteri.
Vediamo ora delle ulteriori prove scritturali secondo le quali il parlare in altra lingua è un parlare rivolto a Dio e non agli uomini:
– Paolo più avanti dice: “Se prego in altra lingua, ben prega lo spirito mio, ma la mia intelligenza rimane infruttuosa. Che dunque? Io pregherò con lo spirito, ma pregherò anche con l’in telligenza” (1 Corinzi 14:14-15);
Come si può vedere molto bene, qui Paolo parla di pregare in altra lingua (o pregare con lo spirito) e siccome sappiamo che la preghiera è diretta a Dio e non agli uomini, questo conferma che il parlare in altra lingua è diretto a Dio. Per ciò che riguarda il pregare con lo spirito che è menzionato da Paolo anche agli Efesini quando dice: “Orando in ogni tempo, per lo Spirito, con ogni sorta di preghiere e di supplicazioni” (Efesini 6:18), e da Giuda nella sua epistola quando dice: “Ma voi, diletti, edificando voi stessi sulla vostra santissima fede, pregando mediante lo Spirito Santo, conservatevi nell’amore di Dio” (Giuda 20-21), vi ricordo che esso si riferisce all’intercessione che lo Spirito di Dio compie per i santi secondo che è scritto ai Romani: “Parimen te ancora, lo Spirito sovviene alla nostra debolezza; perché noi non sappiamo pregare come si conviene; ma lo Spirito intercede egli stesso per noi con sospiri ineffabili; e Colui che investiga i cuori conosce quale sia il sentimento dello Spirito, perché esso intercede per i santi secondo Iddio” (Romani 8:26-27). Quindi chi prega in altra lingua chiede a Dio mediante lo Spirito, di fare determina te cose in favore nostro e dei santi sulla faccia della terra. E’ chiaro che siccome che l’intercessione la compie (in altra lin gua) lo Spirito di Dio che conosce a fondo tutti i bisogni nostri (anche quelli che ignoriamo) e di tutti gli altri figliuoli di Dio, le cose che Egli domanda a Dio costituiscono dei misteri per noi, cioè delle cose occulte. Faccio un esempio: se lo Spirito di Dio sta intercedendo per dei fratelli da noi non conosciuti che si trovano in Africa in un particolare urgente bisogno, noi non sapremo mai che lo Spirito stava in quel momento facendo quella particolare intercessione; a meno che ci sia chi interpreti per lo Spirito quella intercessione dello Spirito Santo. In questo caso naturalmente i misteri verranno a conoscenza dei fratelli mediante appunto l’interpretazione del parlare in altra lingua.
– Paolo dice: “Salmeggerò con lo spirito, ma salmeggerò anche con l’intelligenza” (1 Corinzi 14:15); questo salmeggiare si riferisce al cantare a Dio dei cantici spirituali mediante lo Spirito. E’ implicito anche qui il fatto che esso si riferisce ad un parlare diretto a Dio e non agli uomini.
– Paolo dice pure: “Altrimenti, se tu benedici Iddio soltanto con lo spirito, come potrà colui che occupa il posto del semplice uditore dire ‘Amen’ al tuo rendimento di grazie, poiché non sa quel che tu dici? Quanto a te, certo, tu fai un bel ringraziamen to; ma l’altro non è edificato” (1 Corinzi 14:16-17); notate sia l’espressione “se tu benedici Iddio soltanto con lo spirito”, e sia quella “tu fai un bel ringraziamento” perchè esse confermano che chi parla in altra lingua non parla agli uomini ma a Dio perché benedice Dio e lo ringrazia.

Il parlare in altre lingue a Pentecoste, a casa di Cornelio e ad Efeso

Vediamo ora di esaminare i casi che sono narrati nel libro degli atti degli aposto li in cui dei credenti parlarono in altre lingue, per vedere se vi è un qualche riferimento che possa conferma re che il loro parlare in altre lingue era rivolto agli uomini e non a Dio.
– Il giorno della Pentecoste a Gerusalemme avvenne questo: “E tutti furono ripieni dello Spirito Santo, e cominciarono a parlare in altre lingue, secondo che lo Spirito dava loro d’esprimersi. Or in Gerusalemme si trovavano di soggiorno dei Giudei, uomini religio si d’ogni nazione di sotto il cielo. Ed essendosi fatto quel suono, la moltitudine si radunò e fu confusa, perché ciascuno li udiva parlare nel suo proprio linguaggio. E tutti stupivano e si meravigliavano, dicendo: Ecco, tutti costoro che parlano non sono eglino Galilei? E com’è che li udiamo parlare ciascuno nel nostro proprio natio linguaggio? Noi Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia Cirenaica, e avventizi Romani, tanto Giudei che proseliti, Cretesi ed Arabi, li udiamo parlare delle cose grandi di Dio nelle nostre lingue” (Atti 2:4-11). In questa narrazione fatta da Luca su quello che avvenne il giorno della Pentecoste a Gerusalemme quando lo Spirito scese sui discepoli non c’è il minimo accenno ad un parlare rivolto agli uomini, e non c’è neppure un passo su cui ci si può appoggiare per stabilire che il loro parlare era rivolto agli uomini. Anzi dobbiamo dire che quei Giudei di quelle nazioni straniere quando li sentirono parlare nelle loro lingue non fecero per nulla riferimento ad un parlare rivolto direttamente a loro ma piutto sto ad un parlare delle cose grandi di Dio che è un’altra cosa. Ora, io vi domando: ‘Ma Dio non avrebbe potuto parlare per lo Spirito suo per bocca di quei credenti ai Giudei stranieri che li ascoltavano dicendo loro nelle loro lingue che essi non erano ubriachi ma quello era l’adempimento della profezia di Gioele, e che Gesù era stato messo in croce e risorto ed assunto in cielo? Cioè, non avrebbe potuto far sì che lo Spirito predicasse loro il Vangelo in altra lingua? Certo che avrebbe potuto, ma noi sappiamo che non lo fece, perché fu Pietro a dire loro queste cose nella lingua ebraica (e non in altre lingue) quando si levò assieme agli undici. Notate infatti, a conferma di ciò, che quei Giudei furono compun ti nel cuore nel sentire la predicazione di Pietro e non nel sentire il parlare in lingue di quei Galilei. Nel caso del parla re in lingue essi rimasero stupiti ma non compunti nel cuore.
– A casa di Cornelio, mentre Pietro predicava la Parola a Corne lio ed a coloro che erano lì con lui avvenne che “lo Spirito Santo cadde su tutti coloro che udivano la Parola. E tutti i credenti circoncisi che erano venuti con Pietro, rimasero stupiti che il dono dello Spirito Santo fosse sparso anche sui Gentili; poiché li udivano parlare in altre lingue, e magnificare Iddio” (Atti 10:44-46). Anche in questo caso non si può dire che il parlare in lingue era rivolto agli uomini, perché non c’è il benché minimo accenno a ciò.
– Ad Efeso, quando lo Spirito Santo scese su quei circa dodici discepoli è scritto che “parlavano in altre lingue, e profetizza vano” (Atti 19:6). Notate come il profetizzare è citato separatamente dal parlare in altre lingue appunto perché chi parla in altra lingua non sta profetizzando, cioè non sta parlando agli uomini un linguaggio di edificazione, di esortazione e di conso lazione, ma parla a Dio. Badate che non c’è scritto che essi parlavano in altre lingue e interpretavano, ma che parlavano sia in altre lingue a Dio (in ispirito quindi proferivano misteri) e sia nella lingua loro conosciuta agli uomini un linguaggio di edifi cazione di esortazione e consolazione; tutto questo dunque esclude che quei credenti ‘profetizzavano interpretando’, o che ‘profetizza vano in lingue’. Sarebbe veramente un controsenso dire di profe tizzare interpretando un parlare rivolto a Dio in una lingua straniera. Sarebbe come dire una cosa per un altra; come se un fratello chiamato a tradurre un predicatore straniero quando questi prega Dio di fare intendere la sua Parola agli uditori dicesse che ha detto: ‘Non temete, perché il Signore Iddio vostro è con voi in mezzo alle vostre avversità”! Giudicate da voi stessi fratelli. Eppure questo è quello che avviene in seno a molte Chiese!

Spiegazione dei passi presi per sostenere che chi parla in altra lingua parla agli uomini

Veniamo ora alle parole di Paolo: “A meno che egli interpreti, affinché la chiesa ne riceva edificazione” (1 Corinzi 14:5), perché su di esse si appoggiano coloro che sostengono che chi parla in altra lingua parla agli uomini, cioè profetizza.

Ma prendiamole in tutto il loro contesto; Paolo dice: “Or io ben vorrei che tutti parlaste in altre lingue; ma molto più che profetaste; chi profetizza è superiore a chi parla in altre lingue, a meno che egli interpreti, affinché la chiesa ne riceva edificazione” (1 Corinzi 14:5); e questo perché lui avrebbe voluto che tutti i Corinzi avessero il dono delle lingue pur sapendo che non tutti hanno questo dono (secondo che è scritto: “Parlano tutti in altre lingue?” – 1 Corinzi 12:30). Ma lui avrebbe voluto molto più che tutti i Corinzi profetassero perché mentre chi parla in altra lingua (se non viene interpretato) è di edificazione solo a se stesso, chi profetizza (dato che parla direttamente agli uomini un linguaggio di edificazione, di esortazione e di consolazione) edifica la chiesa. Ma con questo Paolo non ha detto che il parlare in altra lingua non può contribuire ad edificare la Chiesa, perché esso edifica la Chiesa quando viene interpretato nella lingua compren sibile a tutti. Perché risulta di edificazione alla chiesa il parlare in altra lingua con la relativa interpretazione? Perchè in questo caso il parlare in altra lingua non è un parlare in aria, che non essendo compreso non può essere di nessuna edifica zione a chi l’ascolta; perchè l’interpretazione lo rende compren sibile a tutti. Detto in altre parole; gli uditori, comprendendo le cose che lo Spirito ha domandato a Dio per Tizio o Caio, comprendendo il rendimento di grazie fatto a Dio mediante lo Spirito, comprendendo le parole del cantico spirituale rivolto a Dio dal fratello in altre lingue, vengono resi partecipi della conoscenza di questi misteri e possono così dire ‘Amen’, cioè, ‘così sia’, appunto perché hanno compreso il significato delle parole. E difatti questo è quello che è successo molte volte in molte chiese per il mondo intero; dei fratelli hanno pregato, reso grazie a Dio e cantato a Dio in altre lingue e mediante l’interpretazione la Chiesa è stata edificata. L’errore che fanno alcuni (l’ho fatto pure io inizialmente dopo che mi sono convertito) è quello di pensare che il parlare in altra lingua per essere di edificazione alla Chiesa deve essere per forza di cose un parlare rivolto direttamente alla chiesa, vale a dire una profezia. Ma non è così, perché lo ripeto, noi siamo edificati nel sentire l’interpretazione di un canto, di un rendimento di grazie o di una preghiera fatta in altra lingua nella stessa maniera in cui siamo edificati mediante una profezia perché veniamo a conoscenza di parole che lo Spirito Santo rivol ge per bocca dei mortali a Dio. Ma ditemi: ‘Non sareste edificati nel sentire un’interpretazione di una preghiera fatta mediante lo Spirito mediante la quale qualcuno prega Dio di soccorrere in quel momento in una particolare distretta un certo fratello che voi conoscete che si trova in un paese lontano?’ E non sareste edificati poi nell’incontrare quel fratello nel sentirgli dire che in quel giorno e in quell’ora in cui lo Spirito pregò per lui a distanza di migliaia di chilometri egli aveva urgente bisogno di quella liberazione divina che poi si è compiuta?
E poi che dire se qualcuno intonasse un cantico per lo Spirito e voi mediante l’interpretazione veniste a conoscenza delle parole cantate a Dio? Non sareste voi edificati?
Questa è la ragione per cui non si può dare a quelle parole di Paolo l’interpretazione di costoro, perché il parlare in altra lingua a Dio interpretato è di edificazione alla Chiesa come lo è la profezia; ma innanzi tutto perché questa interpretazione contrasta le parole iniziali di Paolo: “Chi parla in altra lingua non parla agli uomini, ma a Dio” (1 Corinzi 14:2).
Se poi ci vengono a dire che chi parla in altra lingua quando la chiesa è radunata, non parla a Dio ma agli uomini e perciò anche l’interpretazione è un parlare agli uomini, mentre chi parla in altra lingua in privato parla a Dio e non agli uomini, allora noi rispondiamo che questa è un affermazione presuntuosa che non ha fondamento nella Scrittura perché Paolo non ha fatto per niente distinzione tra il parlare in altra lingua privato e quello pubblico, ma ha detto solo che chi parla in altra lingua non parla agli uomini ma a Dio. E inoltre facciamo notare che più avanti Paolo dice: “Altrimenti, se tu benedici Iddio soltanto con lo spirito, come potrà colui che occupa il posto del semplice uditore dire ‘Amen’ al tuo rendimento di grazie?” (1 Corinzi 14:16), facendo riferimento a un parlare in altra lingua fatto in presenza di uditori e non a un parlare in altra lingua fatto nella propria stanzetta da soli. E poi costoro leggano attentamente anche le altre parole di Paolo e si renderanno conto che ai Corinzi l’apostolo parlò del parlare in altre lingue fatto in pubblico quando la Chiesa si raduna.
– Per quanto riguarda invece il passo: “Io parlerò a questo popolo per mezzo di gente d’altra lingua, e per mezzo di labbra straniere; e neppure così mi ascolteranno, dice il Signore” (1 Corinzi 14:21), bisogna dire che con queste parole Paolo ha inteso dire che il Signore avrebbe parlato al suo popolo d’Israele mediante il segno delle lingue, ma non che avrebbe fatto parlare direttamente agli Ebrei mediante il dono delle lingue, appunto perché il parlare in altre lingue è rivolto a Dio e non agli uomini.
Ricordatevi di quello che avvenne il giorno della Pentecoste. Non è forse vero che Dio parlò ai Giudei stranieri mediante dei Galilei? Non è forse vero che Dio fece meravigliare quei Giudei stranieri mediante quel segno del parlare in lingue quantunque il parlare in altre lingue non era rivolto direttamente a loro? Certo che è così, infatti le lingue, dice Paolo, “servono di segno non per i credenti, ma per i non credenti” (1 Corinzi 14:22). Vedete? Dio mediante le lingue parlò ai Giudei radunatisi in quel giorno perché li fece meravigliare e stupire.
I segni parlano da loro stessi, ricordatevelo questo; non importa di che tipo essi siano, essi testimoniano della grandezza di Dio ma anche della presenza di Dio. A conferma di ciò vi sono le seguenti parole che Gesù disse ai Giudei: “Ma io ho una testimo nianza maggiore di quella di Giovanni; perché le opere che il Padre mi ha dato a compiere, quelle opere stesse che io fo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato” (Giovanni 5:36); e queste altre che Dio disse a Mosè quando lo mandò in Egitto con il potere di mutare il bastone in serpente e di colpire la sua mano di lebbra: “Se non ti crederanno e non daranno ascolto alla voce del primo segno, crederanno alla voce del secondo segno…” (Esodo 4:8). Notate le espressioni “alla voce del primo segno”, “alla voce del secondo segno” perché esse confermano che i segni di Dio parlano. Quindi dato che anche quello delle lingue è uno dei segni di Dio per gli increduli, noi concludiamo che Dio parla agli increduli mediante le lingue, (ben inteso, mediante il segno delle lingue e non mediante i cosiddetti ‘messaggi in lingue’). E questo è esattamente quello che è avvenuto varie volte, perché ci sono stati degli Ebrei che Dio ha fatto meravigliare e stupire facendogli sentire dei Gentili cantare e pregare in lingua ebraica, e alcuni di loro sono stati tratti all’ubbi dienza della fede dopo essere stati testimoni di quel segno portentoso, vale a dire dopo avere sentito dei Gentili pregare o cantare in lingua ebraica senza che questi conoscessero la lingua ebraica.
– Coloro che sostengono che il parlare in altra lingua è rivol to agli uomini si appoggiano anche a queste altre parole di Paolo: “Infatti, fratelli, s’io venissi a voi parlando in altre lingue, che vi gioverei se la mia parola non vi recasse qualche rivela zione, o qualche conoscenza, o qualche profezia, o qualche inse gnamento?” (1 Corinzi 14:6); ma esaminando accuratamente anche queste parole ci si accorge che esse non significano che mediante il parlare in altre lingue viene data una profezia, o una rivelazione o qualche conoscenza o qualche insegnamento perché poco dopo Paolo enumera ancora la rivelazione e l’insegnamento ma lo fa separatamente dal parlare in altra lingua e dall’interpretazione, infatti dice: “Che dunque, fratelli? Quando vi radunate, avendo ciascuno di voi un salmo, o un insegnamento, o una rivelazione, o un parlare in altra lingua, o una interpretazione, facciasi ogni cosa per l’edificazione” (1 Corinzi 14:26). Quindi, come l’insegnamento e la rivelazione sono cose separate e distinte dal parlare in lingue e dall’interpre­tazione così lo è anche la profezia menzionata. Paolo fece quella domanda ai Corinzi per fargli capire che se lui che parlava in lingue più di tutti loro fosse andato da loro e avesse sempre e solo parlato in altre lingue (senza che vi fosse interpretazione) la sua parola non gli avrebbe giovato a nulla perché non gli avrebbe conferito nessuna rivelazione, nessun insegnamento, nessuna conoscenza e nessuna profezia; e non che se lui avesse parlato in lingue senza che vi fosse chi interpretasse i credenti non sarebbero stati edificati perché la profezia o la rivelazione o l’insegnamento o la conoscenza che c’erano nel parlare in altre lingue non avrebbero potuto essere resi intelligibili perché in tale caso si sarebbe contraddetto.
A questo punto è inevitabile che molti facciano la seguente domanda: ‘E allora che dire di tutte quelle esperienze dove ‘l’interpretazione’ data dopo il parlare in altre lingue è risul tata una vera profezia perché quel parlare è servito di segno a dei credenti presenti nella riunione?’ Cominciamo col dire che non si possono prendere le esperienze per fare una dottrina, e che anche le esperienze per essere accettate devono essere in armonia con la Scrittura. Se noi dovessimo basarci sulle esperienze altrui o sul modo di fare di alcuni che ritengono di essere spirituali di certo ci corromperemmo; non voglio enumerare le così tante esperienze di molti che predicano l’Evangelo di cui molti hanno fatto una dottrina perché sarebbero troppe. Mi limiterò a dire che ci sono famosi predicatori che quando devono pregare sugli infermi non impongono loro le mani come la Scrittura insegna ma gli danno schiaffi e pugni, e persino li buttano a terra spingendoli; e tutto ciò viene fatto passare come ‘manifestazione della potenza di Dio’, e come agire in armonia con le vie di Dio! Perché? Perché alcuni affermano che ci sono i risultati, infatti gli ammalati colpiti da questi colpi e buttati a terra sono stati guariti dalla potenza di Dio! Ma la Scrittura insegna che l’imposizione delle mani è una dottrina, ma non che il dare pugni e schiaffi e lo spingere le persone per farle cadere all’indietro siano delle dottrine. Allora che fare mo? Ci metteremo a colpire gli infermi e a non imporre più su loro le mani perché quel tal famoso predicatore ha affermato che dopo avere colpito l’ammalato ‘nel nome di Gesù’ l’ammalato è stato guarito. Io ritengo che queste persone che fanno codeste cose non sono da imitare perché violente e manesche. Se poi alcuno ritiene che le esperienze di costoro costituiscono dottrina allora sappia quel tale che questa dottrina non si fonda sulla Scrittura.
Ma veniamo specificatamente al parlare in altra lingua: è bene ricordare che nei primi anni del risveglio pentecostale che ci fu in America era opinione diffusa che il dono delle lingue fosse dato da Dio per andare a predicare l’Evangelo agli stranieri, e difatti non furono pochi coloro che dopo avere ricevuto lo Spirito Santo partirono per l’estero credendo che mediante le lingue ricevute avrebbero predicato l’Evangelo agli stranieri del posto dove andavano, senza così bisogno di studiare la lingua del posto!!! Questa dottrina inizialmente fu accettata da molti, ma poi piano piano fu abbandonata perché si manifestò come falsa. E badate che anche questa dottrina inizialmente aveva delle esperienze su cui si appoggiavano i suoi sostenitori. Dico questo per dimostrare ancora una volta che noi non possiamo accettare un certo modo di ragionare sulle cose di Dio solo in virtù di alcune testimonianze riferite da alcuni; “La tua parola è una lampada al mio piè ed una luce sul mio sentiero” (Salmo 119:105) dice il Salmista, perciò dobbiamo avere come punto di riferimento la Parola di Dio e non le espe rienze degli uomini.
Noi riteniamo che il fatto che talvolta delle cosiddette ‘inter pretazioni’ siano risultate delle vere profezie non è dovuto al fatto che esse erano le interpretazioni fedeli del parlare in lingue, ma che esse erano delle vere profezie e non l’interpreta zione data al parlare in lingue. Sono state credute e fatte passare però agli occhi dei molti come delle interpretazioni; mentre non erano altro che delle profezie proferite per lo Spiri to poco dopo che uno aveva terminato di parlare in altra lingua.
Quindi la conclusione a cui si giunge, dopo avere esaminato tutte queste Scritture, è che le lingue più l’interpretazione non fanno la profezia come molti sostengono, perchè il parlare in altra lingua è diretto a Dio e quindi, di conseguenza, anche l’inter pretazione è un parlare diretto a Dio. Se fosse come dicono costoro, non si spiegherebbe la ragione per cui lo Spirito Santo prima parla alla chiesa in una lingua straniera tramite un cre dente, e poi dà l’interpretazione del messaggio nella lingua conosciuta ai credenti, quando Dio, per parlare ai credenti si usa del dono della profezia. Se la profezia “serve di segno non per i non credenti, ma per i credenti” (1 Corinzi 14:22), come dice Paolo: che bisogno c’è di parlare alla Chiesa prima in altre lingue e poi di interpretare? Non è un controsenso? Perché mai ci dovrebbe essere prima un parlare in lingue alla chiesa e poi l’interpretazione del messaggio quando Dio per parlare direttamente alla Chiesa ha stabilito la profezia che viene proferita dallo Spirito senza l’ausilio del parlare in lingue? Ma poi che dire del fatto che se manca chi ha il dono dell’interpretazione delle lingue, verrà fatto credere ai credenti che Dio ha parlato alla chiesa in lingua straniera ma il messaggio è andato a vuoto per mancanza d’interpretazione? Ma allora, questo significherebbe che lo Spirito Santo parla alla chiesa in lingue straniere anche quando sa che non c’è nessuno che interpreterà il parlare in lingue? Ma non è un controsenso? Ecco perchè nascono le false interpretazio ni delle lingue in assenza di chi ha veramente il dono dell’in terpretazione delle lingue; perché molti, facendo credere che chi ha parlato in altre lingue ha parlato alla chiesa, non si possono permettere di fare rimanere non interpretato ‘il messaggio in lingue dello Spirito alla chiesa’. Loro pensano che Dio ha parla to al popolo e perciò ci deve essere per forza di cose l’inter pretazione. Se invece venisse insegnato che chi parla in altra lingua parla a Dio e non agli uomini, in assenza di chi interpre ta, non nascerebbero questi pensieri nei cuori dei credenti, e di conseguenza i credenti non sarebbero spinti a dare false inter pretazioni. Perché? Perché direbbero in cuore loro: ‘Il fratello ha parlato in lingue; è vero che io non ho capito quello che ha detto, ma ben l’ha capito Dio; è vero che non c’è chi interpreta; ma rimane il fatto che egli ha parlato a Dio e non alla chiesa’.
Ma consideriamo le parole di Paolo: “Pertanto le lingue servono di segno non per i credenti, ma per i non credenti” (1 Corinzi 14:22). Non signi ficano forse che se un non credente cinese entra in un locale di culto di una chiesa italiana e sente qualcuno pregare Dio o cantare Dio nella sua lingua, anche se non ci sarà chi interpreta, lui, essendo che l’ha capito, rimarrà meravigliato nel sentire un italiano pregare Dio o cantare a Dio nella lingua cinese senza avere mai studiato la lingua cinese? Quindi anche se la fratellanza non può capire quel parlare in altra lingua in cinese, perché non c’è chi interpreta, e perciò non è edificata, pure quel parlare in altra lingua serve di segno a quel non credente. Con questo non vogliamo dire che l’interpretazione non è utile, affatto; ma solo che siccome Dio si usa del parlare in altra lingua come segno per parlare agli increduli, anche se non c’è l’interpretazione delle lingue, le lingue hanno raggiunto lo stesso lo scopo fissato da Dio. Non è accaduto forse questo il giorno della Pentecoste a Gerusalemme? Non è detto che tra i discepoli v’era chi interpretasse cosa veniva detto in altra lingua (comunque non lo possiamo escludere), ma pure, mettiamo il caso che quel giorno nessuno dei discepoli intese quello che veniva detto in altre lingue dai credenti, rimane il fatto che quei Giudei stranieri compresero bene cosa essi dicevano perché parlavano nelle loro lingue natie; ecco in che maniera quel parlare in lingue servì di segno agli increduli.
Qualcuno allora dirà: ‘Ma quando manca chi interpreta allora che frutto produce il parlare in altra lingua se non viene compreso dalla Chiesa? Il frutto lo produce perché anche se la Chiesa non rimane edificata perché non intende quello che è stato detto, pure il parlare in altra lingua è giunto al cospetto di Dio. Dio lo ha inteso, sia che esso era una preghiera o un canto o un rendimento di grazie. Certo, rimane il fatto che per la Chiesa sarà un parlare in aria; ma non per Dio che conosce tutte le lingue.
Quindi, come le lingue servono di segno ai non credenti, anche se non c’è chi interpreta, perché essi capiscono ciò che è stato detto nella loro lingua; così, la profezia, serve di segno ai credenti, perché quel parlare che mette a nudo i pensieri del loro cuore è rivolto a loro nella loro lingua.

Le falsificazioni

Non posso parlare del parlare in altre lingue e della relativa interpretazione senza fare un accenno ai falsi parlare in lingue ed alle relative false interpretazioni che taluni proferiscono in seno alle chiese. I motivi? Apparire spirituali, o fare apparire la Chiesa di cui si è membri una chiesa spirituale.
Oggi, nella maggiore parte delle chiese pentecostali bisogna dire che c’è una falsificazione del dono delle lingue e del dono dell’interpretazione che è spaventosa. Per quanto riguarda il falso parlare in lingue non è altro che un insieme di vocali e consonanti che codesti falsificatori mettono assieme per profe rirle quando la chiesa è radunata. Così facendo, agli occhi dei più essi sono considerati dei credenti spirituali perché ritenuti degli uomini pieni di Spirito Santo. Sempre in questo campo, ci sono credenti italiani che conoscendo delle lingue straniere per averle studiate a scuola o imparate nel paese straniero si metto no a pregare in quelle lingue o a ripetere qualche parola stra niera per lodare e ringraziare Iddio; e così anche loro si fanno passare come degli uomini ripieni di Spirito Santo. Come si fa a riconoscere che quel parlare in lingue o quel balbettio non è per lo Spirito Santo? Di certo c’è la maniera; perché ogni cosa falsa si può riconoscere perché è differente in qualche cosa dalla vera. Bene, una delle cose che è assente nel parlare di costoro che falsificano le lingue per fare credere di avere ricevuto lo Spirito Santo, è la potenza; e questo perché non avendo ricevuto il battesimo con lo Spirito Santo non hanno ricevuto potenza dall’alto. Poi nel loro parlare sono assenti i sospiri ineffabili di cui parla Paolo in relazione alle intercessioni fatte dallo Spirito Santo. Di certo coloro che agiscono per presunzione non fanno che ingannare loro stessi, e verrà il giorno che verranno svergognati da Dio stesso perché Dio è santo e giusto.
Ma come ho detto prima anche nel campo delle interpretazioni la falsificazione è assai diffusa. Qui si parla di una vera messa in scena; perché talvolta il falso parlatore in lingue si mette d’accordo con il falso inter prete al fine di fare apparire tutto in armonia con le Scritture, e affinché non si dica che in quella comunità non c’é chi inter preta. Quando invece chi parla ‘le sue lingue’ dà pure l’inter pretazione allora il colpevole è solo uno e non due.
E poi alcuni di questi conduttori che danno false interpretazioni alla domanda di coloro che vogliono vederci chiaro: ‘Ma come fai a interpretare?’ Rispondono che loro quando sentono parlare in lingue, in base al problema o al bisogno che esiste nella chiesa deducono quale siano lì per lì le parole adatte da rivolgere ai fratelli nel nome del Signore. Insomma per loro è una questione di deduzione e non di capacità soprannaturale la interpretazione delle lingue! E se qualcuno fa loro presente (come è successo) che non è giusto fare così, essi rispondono che l’importante è che l’interpretazione non contrasti la dottrina di Dio!!! Come potete vedere costoro hanno pure pronta la risposta da dare a quei credenti che fanno le loro lecite investigazioni. Non sono forse le loro risposte perverse una chiara prova che costoro non hanno il dono dell’interpretazione delle lingue, ma l’astuzia della volpe? E poi si mettono a insegnare sulle lingue e sull’in terpretazione sbandierando, sempre per coprire la loro malizia, le parole: “A meno che egli interpreti, affinché la chiesa ne riceva edificazione”. Ma quale edificazione può mai ricevere la Chiesa dalle false interpretazioni di costoro? E poi, se questi falsificano le interpretazioni perché mai dovremmo fidarci delle loro lingue?
Che dire? Ci si trova davanti a credenti che non temono Dio e che per vanagloria sono pronti ad ingannare loro stessi e il loro prossimo. Giudicate quello che dico fratelli.

Giacinto Butindaro

Tratto da : http://lanuovavia.org/giacintobutindaro/2010/06/22/confutazione-della-dottrina-%e2%80%98le-lingue-piu-interpretazione-corrispondono-alla-profezia%e2%80%99/